Se. Se. Se. Quando qualcuno muore ammazzato, i “se” sono più delle lacrime. Ci sta, è umano e non è stato diverso adesso che tutti ci siamo ritrovati a leggere la devastante storia arrivata dalla Toscana: l’ex che rapisce una donna nel garage di casa, la carica nel bagagliaio e, mentre lei telefona disperatamente per chiedere aiuto, si ferma e la getta da un cavalcavia dell’A1 prima di gettarsi a sua volta. È la cronaca scarna, gelida e sequenziale di come Lorena Isceri, 45 anni, è stata strappata alla vita da Federico Vella, 36 anni, l'ex compagno che non accettava la fine della loro storia che, soprattutto sui social, qualche segnale di evidente follia l’aveva già ampiamente dato.
Qualcuno l’aveva bollato come ridicolo esibizionismo da narcisista patologico dove il possesso viene spacciato per amore eterno. Invece era il principio di una furia omicida. Oggi contiamo altri due morti e una certezza: venti minuti non bastano per salvare una vita. Quando Lorena si è ritrovata al buio, chiusa nel baule di quell'auto in corsa, ha fatto l'impossibile. Un istinto di sopravvivenza puro. Ha trovato lo zaino di chi la stava rapendo, ha impugnato il telefono del suo aguzzino e ha composto il 112. Ha gridato "aiuto, aiuto" a un amico, ha attivato la catena dei soccorsi mentre il veicolo divorava i chilometri lungo l'A1, direzione Bologna, verso il viadotto Lora. La macchina dello Stato si è messa in moto: la chiamata alla centrale operativa, il tracciamento GPS per localizzare il segnale, l'allerta alle pattuglie della Polstrada di Pian del Voglio, l'invio delle vetture a sirene spiegate. Eppure, cazzo, tutto irrimediabilmente inutile.
Insieme alla folle velocità con cui la psiche di un maniaco va in devastazione, emerge un amarissimo, atroce dubbio sulla tempestività dell'intervento. Un dubbio che fa male, ma che va affrontato. Se le forze dell'ordine non fossero perennemente sotto organico, ridotte all'osso da tagli e turni massacranti, quella gazzella si sarebbe trovata qualche chilometro più vicina? Se la Polstrada non fosse costretta a pattugliare le nostre arterie vitali con vetture vecchie, distrutte da chilometraggi da giro del mondo e dalla manutenzione a rilento, quei minuti preziosi si sarebbero potuti rosicchiare? Se non si sprecassero risorse per impiegare agenti a fare da balia a eventi e manifestazioni private che dovrebbero pagarsi da sole la sicurezza, o se non si dovesse rincorrere l'infinita fauna di microcriminali che infestano impuniti le nostre città, Loredana avrebbe avuto quei tre o quattro minuti di vantaggio capaci di cambiarle il destino e ripagare la sua lucidità?
Quando la pattuglia è arrivata sul cavalcavia, la tragedia si stava già consumando davanti agli occhi degli agenti. L'uomo aveva già fermato la vettura in corsia d'emergenza, aveva estratto la donna dal bagagliaio e la stava trascinando verso il vuoto. Pochi secondi di concitazione, urla sconnesse, poi il volo di oltre venti metri dal ponte. Prima lei, spinta e gettata giù, poi lui. Fa male solo a leggerlo? Deve essere così: zero spazio per le solite cazzate o per i comodi alibi d'ordinanza, perché i singoli agenti sul campo hanno fatto esattamente quello che potevano nell'intervallo temporale a loro disposizione. Ma la presa di coscienza è un'altra ed è più crudele di tutta questa crudeltà che era già troppa così: il sistema di protezione di fronte a un'emergenza in atto ha un limite fisico e strutturale spaventoso. Venti minuti — il tempo medio per ricevere la chiamata, localizzare la cella telefonica, smistare l'allarme e far arrivare una volante sul posto — sono un'eternità che non basta. Una eternità insufficiente, nonostante la favola che basti comporre tre cifre su un tastierino per essere salvati.