Louis Dassilva è stato assolto nel processo che lo vedeva imputato per l'omicidio di Pierina Paganelli, la pensionata che la sera del 3 ottobre del 2023 fu uccisa con 29 coltellate nel garage dell'ormai famoso condominio di via del Ciclamino a Rimini. Il senegalese è stato immediatamente liberato dopo la sentenza di primo grado e dopo una camera di consiglio durata oltre 16 ore. Dopo quasi 3 anni dal barbaro assassinio della sessantottenne e una lunga fase processuale, la sentenza di primo grado ha stabilito che gli indizi a carico del senegalese non potevano determinare una condanna all'ergastolo come chiedeva la pubblica accusa.
È interessante sottolineare come gli avvocati difensori dell'imputato Riario Fabbri e Andrea Guidi abbiano puntato, fra gli altri elementi, sulla similitudine con uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi tempi ovvero il delitto di Garlasco paventando il pericolo che, a suo tempo, portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi, condanna che oggi è rimessa completamente in discussione dalla nuova indagine che per quel delitto vede indagato Andrea Sempio. Se è lecito supporre che all'epoca dell'omicidio della povera Chiara gli inquirenti si innamorarono di una tesi che prendeva in considerazione solo una possibilità ovvero che la vittima fosse stata assassinata dal suo fidanzato, è altrettanto lecito supporre, come fanno i legali di Dassilva, che anche nel caso del delitto di Rimini ci si fosse concentrati fin dall'inizio su un'unica ipotesi scartando a priori l'approfondimento di altre possibili piste che avrebbero potuto condurre ad altri moventi e altri responsabili. In altre parole il fatto che l'imputato avesse una relazione con la nuora della vittima, Manuela Bianchi, è stato l'elemento che fin da subito ha condotto gli investigatori e i magistrati ad ipotizzare un movente passionale dettato dal timore che Pierina potesse rivelare alla moglie di Dassilva che suo marito la tradiva mettendo a rischio la stabilità affettiva ed economica che il senegalese si era conquistato attraverso il matrimonio con Valeria Bartolucci. Un elemento piuttosto debole che è andato a sommarsi con altri fattori cruciali come l'assenza di tracce genetiche dell'imputato sulla scena del crimine e il fallimento di quella che la Procura considerava la prova regina ovvero la famigerata cam 3, la telecamera della farmacia che quella notte riprese una sagoma non compatibile con quella di Dassilva.
Un movente, quello che l'accusa attribuiva alla furia omicida di Dassilva, che non ha mai convinto l'opinione pubblica e non deve aver convinto neppure i giudici, soprattutto quelli popolari, che hanno votato a favore della non colpevolezza dell'imputato. Un movente che è sempre apparso poco convincente perché Valeria Bartolucci era perfettamente a conoscenza dei tradimenti e delle scappatelle del marito oltre che del fatto che Dassilva avesse un'altra famiglia in Senegal. La Bartolucci che in questi anni ha sempre sostenuto l'innocenza di suo marito fornendogli anche un alibi per la notte in cui fu commesso il delitto è sempre stata lucidamente consapevole del fatto di non avere l'esclusiva sessuale su Louis Dassilva che, dal canto suo, ha sempre dichiarato (e lo fece anche a sit a ridosso del delitto) di gradire gli incontri clandestini con la vicina di casa Manuela Bianchi ma di non averle mai promesso di lasciare la moglie per intraprendere un nuovo percorso di vita con lei.
D'altro canto l'unico indizio pesante a carico di Dassilva erano proprio le dichiarazioni di Manuela Bianchi che ritrattò la propria versione dei fatti dopo diciassette mesi e collocò il suo ex amante sulla scena del crimine la mattina seguente il delitto. Ma come mai la Bianchi decise di cambiare versione in modo così tardivo? Non è forse lecito sospettare che abbia deciso di farlo dopo aver appreso che l'incidente probatorio sulla cam 3 aveva scagionato Dassilva? Forse temeva di essere a sua volta indagata?
La versione di Manuela Bianchi ritenuta credibile dalla Procura era comunque stata smentita da alcuni testimoni fra cui Romina Sebastiani, una sua ex amica che sostenne che la nuora della vittima le avesse confidato di non aver mai incontrato Dassilva nei garage la mattina dopo l'omicidio.
A questo punto non ci resta che attendere le motivazioni della sentenza di primo grado e i futuri sviluppi di una vicenda che dovrà necessariamente stabilire chi ha atteso nel buio dei box il ritorno a casa della povera Pierina per sferrarle quelle fatali ventinove coltellate.