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10 novembre 2025

Fare debunking sulle mutande di Annalisa è un modo per raccontare il degrado dei media italiani. Triste ma qualcuno deve pur farlo

  • di Cosimo Curatola Cosimo Curatola

10 novembre 2025

Annalisa viene intervistata da Michele ‘Wad’ Caporosso, passa un mese. I media buttano fuori una raffica di storie sulle parole della cantante contro i ‘frustrati di internet’ che parrebbero attaccarla sui suoi outfit sgambati. Gli articoli sono ambigui quando va bene, altrimenti proprio scorretti. E così ci ritroviamo a fare debunking sulle mutande di Annalisa in un lunedì di novembre per arrivare a quella che è forse la più grossa verità del giornalismo di oggi: ormai gli articoli non sono più di chi scrive, ma di chi legge. È lo stesso ingranaggio perverso per cui la classe politica viene eletta dai cittadini
Fare debunking sulle mutande di Annalisa è un modo per raccontare il degrado dei media italiani. Triste ma qualcuno deve pur farlo

La notizia: Annalisa si lamenta, in un’intervista, del fatto che su internet la accusino di essere sempre in mutande. Proprio lei, che canta in autoreggenti. Se ne parla sui social, lo si legge sui giornali, Annalisa finisce nelle tendenze di Google che sono spesso la fotografia impietosa di cosa vuole davvero la gente nel nostro paese. Notizie come questa viaggiano con gli alisei, quindi in fretta, perché cavalcano l’istinto di tutti gli allenatori col sudore tra le chiappe e il telefono in mano, mostri pronti di bacchettare impunemente qualunque personaggio pubblico si esponga su temi grandi e piccini.

E così finisci a scrivere, di lunedì e controvoglia, con una leggera eau di collera addosso, di quanto tutto questo sia sbagliato. La collera aumenta mentre pensi al fatto che questo pezzo sia già stato scritto più volte, da molti e certamente meglio di così negli ultimi anni.

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Il fatto: Annalisa pubblica il suo nono album, Ma io sono Fuoco, e comincia il giro delle sette chiese per fare promozione. La sequela d’interviste e appuntamenti raggiunge, il 10 ottobre, Michele ‘Wad’ Caporosso, che tra una cosa e l’altra su Radio Deejay le chiede cosa risponderebbe a chi l’attacca sui social per via del fatto che sul palco “È bella, fa vedere il culo e le gambe”. La risposta è lapidaria: “Dico la verità, io penso che quelli che scrivono quella roba là manco sanno che cosa stanno commentando. Io a volte leggo ‘questa è sempre in mutande’ e magari invece sono con un lupetto, magari neanche guardano o comunque c’è tanta frustrazione. Una cosa che sicuramente è vera è che la gente molto spesso sui social è molto cattiva. Ma secondo me non è cattiva con la testa, è cattiva a caso. E onestamente questo ha ancora meno senso”. Un mese più tardi - al punto che potrebbe far parte della promo dell'artista, ma questa è un'altra storia - Dagospia scrive: ‘Gli hater dicono che sono sempre in mutande? Sono frustrati’. A ruota arriva Fanpage, che non fa meglio. MondoTV24 si produce nel titolo Annalisa “sempre svestita e in mutande”, Libero invece sceglie Annalisa senza freni contro gli hater che la criticano online.

Annalisa
Annalisa.

La storia è paradossale. Per i tempi di reazione innanzitutto, perché la ’notizia’ è stata pubblicata a un mese dall’uscita dell’intervista, per non parlare del contenuto. Immaginate se vi chiedessero di esprimere una preferenza tra annegare un cane o mutilare un bambino e, un mese più tardi, leggere sul giornale che: “Se fosse necessario annegherei un cane”. Le domande hanno la loro importanza. I giornalisti questa cosa dovrebbero saperla e spesso e volentieri fingono di dimenticarsene.

Oltretutto lei, la cantante, non si è lamentata di chi l'ha criticata per come si veste, ha attaccato una serie di utenti che vivono sui social commentando tutto quello che si trovano davanti. Senza capire, senza leggere e a volte anche senza guardare. Ironia della sorte, la frase è stata strumentalizzata esattamente da queste persone. Eppure basterebbe cercare l’intervista, ascoltarla. Saranno trenta secondi.

E invece è lunedì sera, ti ritrovi a scrivere delle mutande di Annalisa perché fai un mestiere infame. Ecco, noi che facciamo i giornali siamo fottuti, perché con questa storia che i giornali sono gratis per tutti lo stipendio devi tirarlo fuori col traffico. E così quando c'è la notizia di quella ti tocca scrivere. Il punto è che, come il politicante lo fa il popolo e non il contrario, il giornale lo fa chi lo legge e mai davvero chi scrive. La buona notizia, per chi legge (ma dovrebbe essere così anche per chi vota), è che il potere è nelle sue mani, le tendenze Google sono piuttosto democratiche e la scelta di cliccare in un articolo e dettata quasi sempre dal libero arbitrio. Ecco perché scegliere di cosa interessarsi può effettivamente cambiare le cose, così come scegliere dove leggere una notizia. Succede lo stesso quando decidi dove fare la spesa, quando scegli il ristorante, per la musica che ascolti. E nella maggior parte dei casi vince la maggioranza. Ma se questa maggioranza sta a lamentarsi di quello che (non) ha detto Annalisa o di come si veste per cantare, la strada diventa veramente scomoda. Niente alisei, ci toccherà accendere il ventilatore a novembre.

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