Ricordate che TikTok negli Stati Uniti, ad un certo punto, doveva finire kaputt, e poi invece, magicamente, Donald Trump, ha cambiato idea? Ecco, evidentemente qualcuno gli ha fatto cambiare idea, ma chi? Colpo di scena, parliamo di Charlie Kirk. Avete già sentito questo nome? Ma certo che lo avete sentito e sono anche convinto che non ve ne siete ancora scordati nonostante inseguiate il vento politico come gli ignavi le bandiere senza mai raggiungerle, per l’eternità. Si tratta di quel pover-uomo, influente politico americano d’ambiente trumpiano barbaramente ammazzato dal proiettile di un cecchino la cui identità è nota a tutti, ma della cui biografia rimangono parecchi dubbi insoluti e che lasciano sospettare un complotto ben più profondo. Sappiamo, tra l’altro, che la competizione a livello d’intelligence tra gli Stati Uniti e la Cina è esattamente nella sua fase più critica. Gli Stati Uniti di questa cosa non parlano ben volentieri perché sanno di non sapere come cacchio funzionino sti maledetti cinesi e le loro maledette spie ninja (ah no, quelle son giapponesi). Quelli sono confuciani, ragionano in un modo tutto loro, hanno leggi non scritte, codici d’onore segreti e potenzialmente qualsiasi cinese, anche il più innocente dei neonati potrebbe essere quello che nel lessico militare viene definito “sensore”.
Ecco, fatta questa premessa ora comprenderete che l’inversione a U di Donald Trump a proposito della messa al bando di TikTok (che vi ricordiamo è una piattaforma social cinese) per ragioni di sicurezza nazionale, non dev’essere stata particolarmente gradita a quella parte di stato profondo contro cui Trump è in lotta sin dalla sua discesa in campo. Ecco, questa storia viene fuori il 17 febbraio sull’agenzia Axios, ove viene ricostruito il retroscena secondo cui Charlie Kirk, nel novembre del 2024, avrebbe accompagnato l’ad di TikTok, Shou Zi Chew, nell’eclettica magione del Tycoon a Mar-a-Lago, in Florida, per incontrare il neo-eletto presidente degli Stati Uniti d’America. La legge per la messa al bando della piattaforma controllata da Byte Dance sarebbe entrata in vigore di lì a poco e il Dr. Charlie Kirk sarebbe riuscito a convincere il boss mostrandogli una serie di infografiche intitolate “Trump su TikTok” contenenti i veri numeri fatti dalla campagna repubblicana di Trump sulla piattaforma cinese. Una questione di vanità? Forse, perché i dati mostrati da Kirk a Trump svelavano che i contenuti del Tycoon sul social cinese erano ancora più virali di quelli prodotti da Taylor Swift con decine di miliardi di views.
È bastato questo incontro, a prescindere da cosa si siano detti davvero questi tre signori, per far sì che Trump, appena insediatosi alla Casa Bianca, firmasse un ordine esecutivo per rinviare l’applicazione del divieto. È cosa nota che nel mondo repubblicano esista tutta un’ala politica fortemente anti-cinese e che di questa cosa non sarà stata molto contenta. D’altronde negli Stati Uniti prese piede il cosiddetto “red-scare”, ovvero una sorta di psicosi collettiva anticomunista rafforzatasi in occasione del patto sino-sovietico degli anni cinquanta e ancora oggi, evidentemente, sentimento parecchio radicato. Magari rafforzato dalle varie falle securitarie che trapelano dai comunicati stampa del dipartimento di giustizia, dell’Fbi e quant’altro, i quali lasciano intuire che lo scontro sotterraneo per la sicurezza interna dell’impero nella tempesta sia tutt’altro che silenziosa, ma faccia rumore solo per chi ha l’orecchio abituato a cogliere certe frequenze.