Ma quindi la figlia minorenne di Giorgia Meloni è stata minacciata durante un intervento pro-Hamas a Montecitorio? Oggi lo scrivono tutti i giornali vicini alla linea del governo, rilanciando il vittimismo della premier, la risposta breve alla domanda? Non proprio una minaccia, sicuramente un comportamento inelegante, ma non è sicuramente la cosa più grave accaduta quel giorno alla Camera. È successo tutto venerdì scorso, quando alla Sala Stampa di Montecitorio è andata in scena una conferenza stampa organizzata dalla deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari intitolata “Libertà per il dottor Abu Safiya”. Un incontro organizzato per parlare della liberazione del pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, incarcerato da Israele. Un incontro a cui hanno partecipato frontman del movimento Pro-Pal e il figlio di Abu Safiya, Elyas, che proprio nel corso di un appello per la liberazione del padre si è rivolto alla premier: “Quando torna a casa e chiama sua figlia Ginevra, vorrei ricordarle le Convenzioni di Ginevra, che prevedono la protezione del personale sanitario”, e poi: “come lei ama sua figlia e desidera vederla ogni giorno, io sento la mancanza di mio padre”. Il passaggio è stato poi rilanciato sui social in un video con la fotografia di Meloni che tiene in braccio la figlia, condiviso anche da Europe Palestine Network e da Nur Resilienza, la pagina dell’imam di Torino Brahim Baya.
Ora, diciamocelo e sgombriamo da subito il campo, chiamarle minacce ci sembra un tantino esagerato e vittimista, anche se tirare in ballo una minore nelle questioni politiche rimane un esercizio retorico di una bassezza unica. Ma la cosa veramente grave è un’altra: lo sapete chi è davvero Hussam Abu Safiya?
Safiya è un pediatra palestinese, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, riferimento per MedGlobal e volto noto della propaganda filopalestinese con video, articoli e testimonianze strazianti dall’ospedale, firmando anche articoli per il New York Times. Nel dicembre 2024 è stato arrestato dall’esercito israeliano con l’accusa di essere un ufficiale di Hamas. Dal suo arresto il mondo Pro-Pal, con i soliti esperti “indipendenti” dell’Onu, la sempreverde Amnesty International e Al Jazeera si sono sperticati in appelli e richieste, parlando dell’arresto come parte della “sistematica presa di mira degli operatori sanitari palestinesi”. Un avvocato di Physicians for Human Rights Israel, che lo avrebbe visitato il 2 luglio 2026, ha riferito di condizioni gravissime di detenzione, in catene e con segni di violenza su testa e corpo. Insomma, un medico incarcerato perché medico e sottoposto a tortura.
Peccato che una foto, diffusa da un dossier di NGO Monitor, lo ritragga con indosso un’uniforme militare mimetica di Hamas, circondato da altri militari, durante una celebrazione per l’inaugurazione dell’ospedale Kamal Adwan, a cui avrebbero presenziato, tra gli altri, il generale Abu Obaida al Jarrah e il comandante delle Forze di sicurezza, Naeem al Ghoul. Medici in frontiera. È noto infatti come il sistema politico-militare di Hamas si sia radicato all’interno dei circuiti civili della striscia, in particolare negli ospedali. Già in passato, i “medici” di Gaza si sono rivelati membri o complici di Hamas. Tal Shoham, ostaggio israeliano rilasciato nel febbraio 2025, ha raccontato al Times of Israel come fra i suoi carcerieri ci fossero: “un insegnante di prima elementare, un docente in un’università e un medico”. Romi Gonen, ballerina israeliana rapita il 7 ottobre al festival musicale Nova, ha raccontato che c’era anche un medico tra i gazawi che l’hanno abusata sessualmente quando era tenuta prigioniera. Mentre proprio il precedente direttore dell’ospedale Kamal Adwan, Ahmed Kahlot, tenente colonnello di Hamas, una volta arrestato ha rivelato in un interrogatorio come l’ospedale fosse stato trasformato in una struttura militare sotto il controllo di Hamas, usato anche per nascondere ostaggi.
Nello specifico, riguardo alle accuse su Safiya, Israele ha respinto tutto, affermando che il medico sarebbe detenuto legittimamente e sulla base di informazioni di intelligence concrete e respingendo le notizie secondo cui si troverebbe in condizioni di salute critiche, dicendo che “in nessuna fase della sua detenzione ha mostrato alcuna indicazione di pericolo di vita”. Il 16 giugno 2026 la Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso di Abu Safiya, confermando la detenzione sulla base di “materiale riservato”.
Hussam Abu Safiya prima del suo arresto, nonostante i legami con Hamas, aveva bypassato le verifiche giornalistiche diventando una fonte “indipendente” sui fatti di Gaza. Oggi, da detenuto, è il figlio a portare avanti le sue battaglie, che vengono ospitate all’interno del parlamento italiano nonostante Hamas sia stata designata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e da altri paesi, tra cui l’Unione Europea, e di conseguenza anche dall’Italia. Tutto questo alla presenza di una deputata della Repubblica Italiana; di Ammar Hamadneh, architetto italiano di origine palestinese, presidente di Sumud, centro culturale palestinese delle Marche, che da anni promuove iniziative per Gaza e sui social posta immagini dei miliziani palestinesi in volo sui paracaduti in ricordo della strage del 7 ottobre 2023 (Ah, sempre a proposito della premier Meloni la definiva “Una bastarda fascista. Tutto tranne una donna. Criminale e guerrafondaia. Complice del genocidio in Palestina”); e poi Samir Al Qariouty, giornalista palestinese che vive a Roma da circa 45 anni, opinionista per Al Jazeera ed ex presidente della Comunità palestinese.
Non proprio un parterre equilibrato e neutrale, e pensare che pochi mesi fa la stessa sala stampa era stata occupata dai deputati di Avs, Pd e 5 Stelle per impedire lo svolgimento di una conferenza sulla remigrazione organizzata dal deputato della Lega (oggi Futuro Nazionale) Domenico Furgiuele. “Fuori i fascisti dalla casa della democrazia”, per Abu Safiya, invece, la porta è sempre aperta.