Sembra esserci tanta letteratura dietro le parole di Sayf, che quest'anno è in gara a Sanremo. In Terrazza Giovannoni a Milano ci ha raccontato di come quel “Tu mi piaci tanto”, a forza di ripetersi nella musica passi dall’essere inteso come qualcosa di sarcastico a qualcosa di infantile, qualcosa che rappresenti “una debolezza in senso positivo” da portare sul palco dell'Ariston. Eppure, Sayf mi ha confessato che, a dire il vero lui, non legge. Gli avevo domandato se avesse qualche autore di riferimento, ma non c’è bisogno di leggere per saper scrivere e Sayf sa scrivere eccome, perché a volte basta saper osservare e ascoltare. Come ad esempio "Ho visto Nina volare" di Fabrizio De André. Chi sa ascoltare a volte parla di temi che hanno attraversato la letteratura nei secoli, ma senza saperlo. Sayf parla di quanto sia importante apprezzare le piccole cose, guardare il mare, la famiglia, parlare con la gente (lo dice gesticolando alla ligure, in quel modo così bizzarro).
A non tutti piacciono le piccole cose, è un tema virgiliano. Sayf quando parla ai giornalisti seduto sull’ubiqua poltrona di design, non risulta banale, sempre in equilibrio su quel sottile rasoio su cui si muove chi ha cervello e cuore. Nel suo pezzo canta che “l’Italia è quell’azione di Cannavaro” e in una frase ingabbia tutto il senso di un paese, ne fa un affresco con un solo tratto di penna. Arrossisce quando parla della sua religiosità, si nasconde la bocca mentre parla, come un bambino si vergogna di raccontare qualcosa che custodisce gelosamente, perché la religione è un po’ “come il sesso”. Domanda scusa per quello che ha detto, ma quello che ha detto è una cosa bellissima. Si ricompone, e quando gli domandano se prenderà posizione come fece Ghali l’anno scorso su Gaza risponde francamente che lui è Sayf e che se c’è da prendere posizione lo farà, ma spontaneamente, senza doverci pensare troppo su e soprattutto senza doverne rendere conto in un sondaggio. Si parla di questa presunta eventualità voluta dalla Rai durante il festival, a proposito di chi abbia intenzione di partecipare o meno all’Eurovision (per il boicottaggio di Israele nella competizione canora). Sayf Adam Viacava ha conquistato subito tutta la sala, e quando gli viene domandato il perché di quella citazione di Luigi Tenco nel suo brano si lascia andare. Si spiega con quello sguardo sarcastico di chi non si prende troppo sul serio dice la sua, ci dà sollievo.
Si racconta come un pupazzo sballottolato da una parte all’altra, non necessariamente al governo di quel che gli accade intorno, vittima degli eventi. Poi, da qualche tempo, spiega il rapper, nella vulgata è passato il teorema per cui se vendi allora sei bravo, sai come si fa la vera musica, ma è sbagliato. Non è un bel messaggio, la cultura del denaro fine a sé stesso. Per fare la vera musica, citiamo Paolo Conte, “ci va carattere e fisarmonica, senso del brivido e solitudine” e Sayf, una mosca bianca, pesca nel mare dei ricordi impolverati tra vinili e cassette nella grande casa della memoria, quel tempio sacro di emozioni da custodire e salvare dal naufragio del tempo. Quelle emozioni da custodire, da pronunciare correttamente perché “non sappiamo più usare le parole, e quindi si esprimono sempre meno concetti”. Non è una bella direzione, si sfoga Sayf, perché così va a morire la cultura soffocata dal desiderio del danaro, la voglia di arrivare e non quella di capire. Poi, però si mostra anche molto realista, sa che il suo è un lavoro privilegiato e di cui è grato, e quando gli domandano se ha paura di non essere capito, risponde di no, anche se poi, confessa, “vomito prima di cantare”. E spera, per il dopo Sanremo, di potersi sistemare “in qualche villa su per il monte, farsi una famiglia” e questo genere di cose qui. E finché potrà rimarrà a Rapallo, dove continuerà a girare sul suo motorino fottendosene di tutta quella gente che arriva d’estate, “che in linea di massima non è molesta”.