La conferma ufficiale è arrivata anche dai media di Stato: Ali Khamenei è morto. I raid orchestrati da Israele e Stati Uniti hanno ucciso la Guida Suprema, il perno sul quale si reggeva la teocrazia della Repubblica Islamica dell'Iran, il leader che per quattro decenni ha odiato e si è fatto odiare dagli Usa. È adesso cosa succederà a Teheran? C'è chi ha già postato sui social i festeggiamenti di alcuni cittadini iraniani, felici all'idea che Khamenei sia stato ucciso da Donald Trump, ma guai a semplificare una realtà molto più complicata e spinosa. In primis perché non tutto l'Iran, ovviamente, odiava il grande capo. E poi perché Washington e Tel Aviv hanno decapitato la testa dell'idra lasciando però intatto il suo corpo. Significa che, presto o tardi, potrebbe spuntare una nuova testa a sostituire quella vecchia, soffocando in gola il grido di gioia di chi sperava che l'Iran potesse cambiare radicalmente pelle. Nel momento in cui scriviamo gli ayatollah hanno bombardato mezzo Golfo – da Israele agli Emirati Arabi, dal Bharein al Kuwait - con missili e droni killer. Continueranno a farlo nelle prossime ore, giorni, forse addirittura settimane. Ma sotto la regia di chi?
Ipotesi uno: non c'è nessun regime change, il sistema politico iraniano rimane così come lo conosciamo pur senza i suoi uomini apicali. In tal caso è lecito attendersi una semplice sostituzione. Toccherà, teoricamente, a un organo eletto di 88 alti prelati, noto come Assemblea degli Esperti, a scegliere il prossimo leader, un compito che è stato svolto da questo corpo clericale solo una volta da quando è stata fondata la Repubblica islamica nel 1979, e cioè quando Khamenei fu scelto in seguito alla morte dell'ayatollah Ruhollah Khomeini, più di trent'anni fa. L'establishment al potere vorrà dunque agire in tempi rapidi per dimostrare stabilità e fermezza. Il candidato dovrà rispondere a precisi requisiti previsti dalla Costituzione, dovrà essere di sesso maschile, un religioso dotato di competenza politica, autorità morale e lealtà alla Repubblica Islamica. Saranno presumibilmente esclusi i religiosi riformisti favorevoli a maggiori libertà sociali e al dialogo con il mondo esterno. I nomi papabili? Mojtaba Khamenei, secondo figlio di Ali Khamenei, noto per esercitare una notevole influenza dietro le quinte e per avere forti legami con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, il corpo militare più potente del Paese, nonché con la sua forza paramilitare volontaria Basij.
Attenzione però, perché la successione di padre in figlio è malvista dall'establishment clericale musulmano sciita, in particolare in un Iran rivoluzionario nato dopo aver rovesciato una monarchia considerata come il male assoluto. E allora via con altri due nomi. Alireza Arafi è un affermato religioso con una comprovata esperienza nelle istituzioni governative e un confidente di Khamenei; attualmente è vicepresidente dell'Assemblea degli Esperti ed è stato membro del potente Consiglio dei Guardiani, che esamina i candidati alle elezioni e le leggi approvate dal parlamento. Mohammad Mehdi Mirbagheri è invece un religioso intransigente e membro dell'Assemblea degli esperti, che rappresenta l'ala più conservatrice dell'establishment clericale. Allarme: è contrario all'Occidente e ritiene inevitabile un conflitto tra credenti e infedeli. Ma c'è anche l'ipotesi due: saltano gli ingranaggi del motore politico iraniano, i bombardamenti di Usa e Israele impediscono, o peggio uccidono, gli altri leader teocratici di Teheran. A quel punto si aprirebbero le porte a un possibile regime change, anche se l'opposizione agli ayatollah è debole, frammentata e soprattutto non ha mai partorito un leader riconoscibile e definito. Uno scenario del genere getterebbe il Paese nell'incertezza e, per evitarla, potrebbero approfittarne i militari. A quel punto il poterebbe verrebbe gestito dai Pasdaran, dai generali, da qualcuno che avrà modo di fare la stessa cosa di Al Jolani in Siria: depositerà la divisa nell'armadio, si aggiusterà la barba e indosserà giacca e cravatta.