Chi accusa di “ignavia” Francesco De Gregori forse abbozza qualche vaghissima reminiscenza della Divina Commedia scritta dal boss Dante Alighieri, peraltro autore del De Monarchia, non certo un pamphlet rivoluzionario o in favore degli oppressi, ma la domanda che rimane sospesa ed inevasa è un’altra. Ma chi mi**a vi credete di essere, la Santa Inquisizione? In tal caso ci vorrebbe ben altro per argomentare, dovreste scomodare la teologia, che tutto il resto include, la morale non è più sufficiente. Ma lasciate perdere i massimi sistemi e andatevene un po’ tutti a quel paese. “Saranno c**i di Bob Dylan” passerà alla storia come il più grosso vaff**o a tutti quei moralisti che pretendono opinioni e sensibilizzazione da chi evidentemente non ha voglia di riempirsi la bocca di parole vuote, ma piene di retorica. “Sono solo canzonette” di Bennato ve la ricordate? Andatevela a riascoltare e tentate di comprenderne il senso. Perché un personaggio pubblico che nulla ha a che fare con la politica deve assumersi responsabilità di una guerra che non ha scatenato lui?
Perché la poesia non militante, non politica, dovrebbe essere minore rispetto a quella impegnata? Perché forse non gode del plauso della politica? Forse perché di quell’applauso proverebbe solo un grande disprezzo, una grande nausea. E badate, non è anti-politica, ma impolitica. Nausea per l’ipocrisia e, sopra a tutto, per la retorica di cui, chi nasce con il gene della militanza, per horror vacui colma i silenzi che lo imbarazzano, risponde a domande di cui non conosce la risposta vera, ma quella giusta. Dimenticate che Pascoli venne criticato per la sua lontananza da temi politici, dimenticate la critica ai poeti impegnati di Pasolini. Il poeta non ha bisogno di decidere, non è un politico né necessariamente un militante che per raggiungere il proprio scopo sospende la ragione e getta il suo corpo oltre la decisione, sospendendo anche il libero arbitrio. Il poeta non deve nulla, può. Punto. Consapevole pure del fatto che non verrà invitato, dunque, sul decadente palco del 1° maggio. Tutta l’arte è propaganda, scriveva George Orwell, omettendo un dettaglio fondamentale: suo malgrado. “A chi critica, valuta, elogia, figli di troppo di madre noiosa” cantavano gli Zen Circus. “L’arte è pensiero che esce dal corpo né più e né meno come lo sterco” continua Appino in “Andate tutti aff**o”.