Ma chi è davvero Giuliano Tavaroli? Non in pochi se lo sono domandato, senza ottenere risposta e continuano a farlo oggi, dopo che il suo nome spunta fuori ancora una volta in una storia di dossieraggi, quella della "Squadra Fiore". Oggi, sono passati quasi vent’anni dalla sua ultima spettacolare comparsata in tv come ospite d’onore a L’infedele da Gad Lerner e la cosa più stupida e allo stesso tempo sensata è andarsi a guardare sul suo profilo Linkedin. Dal 2008 “self employed: technology scouting, innovation and start up’s strategist, international relationship and risk management”. Dal 2005 al 2006 country manager per Pirelli Romania, dopo sette lunghi anni in Pirelli Italia, di cui negli anni divenne il capo della sicurezza corporate. Forse è vero, non ha mai avuto il physique du rôle da 007. Non è proprio il tipo che si presenta in smoking con una Walther Ppk nella fondina ascellare, né quello che ordina un “vodka martini, shakerato, non mescolato”. C’è una sua bellissima intervista rilasciata il primo agosto 2006 su La Stampa in cui viene descritto come un dirigente di mezza età in polo e jeans, con un casco da moto in mano e un ghiacciolo alla menta che si scioglie tra le dita. Eppure, basta pronunciare il suo nome perché intorno a lui si materializzi un’aura di mistero, come se portasse addosso l’odore della polvere da sparo e dei dossier. "Io non sono una spia. Sono un manager. E sono nei casini". Una frase che non è invecchiata male affatto. Tavaroli è l’uomo che ha attraversato un bel pezzo di storia italiana senza mai finire davvero sui libri, eppure compare in ogni scandalo che conti qualcosa per lo Stato italiano. Dalle intercettazioni abusive di Telecom allo scandalo Sismi, dal sequestro Abu Omar al suicidio di Adamo Bove. Ma pure la strage di Erba. Eh sì, Erba. Perché Tavaroli presso il Tribunale di Como nel 2008 venne ascoltato come teste del pm Massimo Astori in quanto, nel carcere del Bassone di Como, ricevette le confidenze di Olindo Romano e, sostanzialmente, disse che gli aveva confidato di essere responsabile dell'eccidio in cui morirono quattro persone tra cui un bambino di poco piu' di due anni. Un curriculum che farebbe invidia a un personaggio di Le Carré, se non fosse che lui, invece di nascondersi nelle ombre di Berlino o Istanbul, ha passato lunghi anni a spiegare ai pm che no, non era lui il burattinaio di tutto. "Sono coniugato, ho cinque figli, la domenica vado a messa. Sono una persona normalissima".
Normalissimo, sì, se non fosse che la sua "normalità" include un passato da brigadiere dei Carabinieri nei reparti antiterrorismo di Carlo Alberto dalla Chiesa, una carriera da top manager della sicurezza in Pirelli e Telecom, appunto e un elenco di contatti che sembra uscito da un elenco telefonico dei servizi segreti: Mancini del Sismi, Cipriani dell’agenzia Polis d’Istinto, agenti della Cia, mezze Procure di Milano. "Conosco mezza Italia, dai carabinieri alla Guardia di Finanza, ma questo non fa di me una spia. Fa di me un professionista". Professionista, sì. Ma di cosa, esattamente? Tavaroli era il direttore della sicurezza di Telecom, con 560 uomini alle sue dipendenze e un budget di 150 milioni di euro l’anno. "La sicurezza di un’azienda come Telecom non è uno scherzo", spiega, come se stesse parlando di un impianto idraulico e non di uno dei nodi più sensibili delle comunicazioni italiane. "Quando usi un bancomat, una carta di credito, ti connetti a Internet, dietro c’è sempre Telecom. E io ero lì a garantire che tutto filasse liscio". Peccato che, sotto la sua gestione, qualcosa sia filato un po’ troppo liscio: dossier su politici, calciatori, artisti, tabulati telefonici venduti come salami al mercato nero, un sistema di intercettazioni che sembrava progettato più per il controllo di massa che per la legalità.
"Ma io cosa c’entro?". Un innocente spettatore di un film in cui, invece, ancora oggi veste la parte del protagonista. "Cipriani aveva la sua agenzia, quei file saranno stati il suo archivio. Io non ho mai ordinato di spiare mezza Italia". E forse è così anche oggi, come allora. "In azienda avevo sposato la trasparenza”. Eppure, la trasparenza non sembra essere il suo forte. Quando Lerner gli chiede conti precisi in televisione, lui risponde con un "ne parleremo al processo", come se la verità fosse un lusso che può permettersi solo davanti a un giudice. Tavaroli è un uomo di sistemi. Non quelli informatici, anche se quelli li conosce bene, ma quelli umani, quelli fatti di favori, silenzi, e quella zona grigia dove la legalità si confonde con l’opportunità. "Ho lavorato 14 ore al giorno, ho costruito uno dei migliori apparati di sicurezza al mondo", dice. Eppure, quel sistema ha prodotto anche Adamo Bove, il suo omologo in Tim, che si è buttato da un ponte della tangenziale di Napoli con addosso il peso di troppe domande senza risposta. "Era una persona onesta, integerrima" dice Tavaroli, come se la sua morte fosse un mistero e non la conseguenza logica di un ambiente dove i segreti si accumulano fino a schiacciare chi li custodisce. Oggi Tavaroli è un pregiudicato che ha patteggiato quattro anni e mezzo per lo scandalo Telecom, un uomo che passa dalle passerelle televisive ai talk show come se fosse un opinionista e non uno dei protagonisti di una delle pagine più oscure della storia italiana recente. "Non sono Belzebù". Ma è sicuramente uno che sa troppo, che ha visto troppo, e che, quando parla, lascia sempre l’impressione di non dire tutto. "Ho la coscienza tranquilla" assicura, venti anni fa. Chissà se è vero, ancora oggi.