"Non ero ancora stato sentito, credo anche perché in paese ci sono state le elezioni e magari hanno aspettato. Ma gli inquirenti stanno sentendo un po' tutti per capire realmente cosa sia accaduto e io mi fido del loro lavoro". Sono parole di Antonio Tomassone, sindaco di Pietracatella e ex braccio destro in politica di Gianni Di Vita nei due mandati in cui ha indossato la fascia da primo cittadino. I due si conoscono da una vita, lavorano fianco a fianco da sempre nell'amministrazione e condividono amicizia oltre al percorso politico. Per questo gli inquirenti hanno deciso di convocare anche Tomassone per cercare di completare il quadro su cosa possa aver portato alla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.
Il paradosso? Con il sindaco è stato ascoltato (indicativamente) il dieci per cento di tutta la popolazione di Pietracatella. La triste verità? Nessuno ha potuto fornire elementi davvero utili alle indagini e tutto quello che è stato riportato ha a che fare con "sentito dire" e aspetti che riguardano più il gossip di paese che altro. C'è, inutile negarlo, una sorta di cappa e patto silenzioso a non sbilanciarsi. L'unico tra i pietracatellesi ascoltati che ha detto un po' di più sarebbe stato, paradossalmente, il parroco. Sia Antonella sia Sara frequentavano la parrocchia e sembra che il sacerdote abbia riferito di rapporti familiari fatti di alti e bassi. Non, insomma, la famiglia da Mulino Bianco descritta da altri. Niente che possa giustificare, comunque, una volontà di sterminare una intera famiglia o parti di una famiglia.
A breve, stando a quanto è dato sapere, sarà definitivamente stralciata la posizione dei cinque medici indagati e si procederà solo per omicidio. L'unica vera svolta, al momento, è questa. Dalla Procura della Repubblica di Larino non trapela null'altro e anche dalla Questura di Campobasso non escono indiscrezioni di sorta, se non quella secondo cui i primi accertamenti effettuati sulle copie forensi dei dispositivi informatici sequestrati non avrebbero portato a alcun elemento decisivo o di svolta. Quindi si cercherà ancora, mentre in paese, parlando a telecamere abbassate o senza qualificarsi come giornalisti, c'è chi prova a lasciar intendere che la ricina non è una sostanza così introvabile. E pure che in passato si era soliti ricavare artigianalmente dai semi del ricino una sostanza che veniva poi distribuita nel perimetro dei terreni coltivati per evitare che le talpe danneggiassero tutto.
Come a voler dire, insomma, che per mesi ci si è chiesti chi e come avesse potuto procurarsi qualcosa di così raro, senza provare a chiedersi se, invece, quel qualcosa poteva tutto sommato anche essere custodito in qualche vecchia cantina e che eventualmente bastava capire se e come utilizzarlo per far fuori esseri umani. E è in questa direzione, adesso, che si lavora, anche se l'impressione, arrivati a questo punto, è che le indagini siano in un momento di stallo dovuto all'attesa degli accertamenti disposti per capire esattamente se è stata utilizzata vera ricina o se la sostanza che ha ucciso Antonella e Sara, pur avendo lo stesso principio, fosse un'altra. Solo quando sarà chiaro questo si potrà avere una direzione più precisa, anche se ormai – dopo così tanti mesi – appare evidente la necessità di uscire dalle competenze territoriali di polizia giudiziaria per coinvolgere reparti specializzati.