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20 aprile 2026

Mamma e figlia avvelenate a Natale: forse non ve ne siete accorti, ma la ricina è anche nei (peggiori) concimi. E spunta una registrazione...

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

20 aprile 2026

E se non fosse stato omicidio? O meglio, non proprio... Una clamorosa suggestione che potrebbe smontare la narrazione sulla doppia morte di Antonella Di Vita e Sara Di Ielsi

Foto di: ANSA

Mamma e figlia avvelenate a Natale: forse non ve ne siete accorti, ma la ricina è anche nei (peggiori) concimi. E spunta una registrazione...

Se a uccidere Antonella Di Ielsi e sua figlia quindicenne Sara di Vita fosse stata la Giardiniera di Verdure consumata nella cena del 23 dicembre? È una suggestione e pare sia pure una ipotesi tra le tantissime che la Procura di Larino sta vagliando per evitare di arrivare a conclusioni troppo affrettate. Il sospetto dell’omicidio c’è, ma non si può escludere – almeno fino a oggi – anche che sia andata in scena, proprio alla vigilia del Natale, una sorta di tragica eucarestia al contrario in cui il calice ha avuto le forme di una banalissimo barattolo. Ma come ci finisce il veleno in un barattolo di ortaggi?

La cronaca ama il mostro, la figura dell’avvelenatore che distilla odio anche in cucina, ma la realtà è spesso più sporca. Banale. E, per questo, infinitamente più inquietante. La ricina, signori, non è solo una sostanza da manuale del crimine, ma pure un residuo industriale che troppo spesso finisce in prodotti per l’agricoltura. È ciò che resta dopo che dai semi del Ricinus communis si è spremuto l'olio. Quel "panello" solido, scarto della lavorazione, è un fertilizzante organico portentoso: ricco di azoto e fosforo. E a buon mercato. Un concime eccellente, dicono, a patto che venga trattato con temperature superiori agli 80 gradi per denaturare la tossina. Se il processo fallisce, se la logica del profitto o la negligenza saltano un passaggio, il veleno finisce nel sacco di terriccio, pronto per contaminare tutto quello che ci cresce sopra.

C’è una casistica – a dire la verità solo veterinaria - che parla chiaro: cani e gatti stecchiti dalla ricina rimasta in concimi non certificati. Una gastroenterite emorragica che non lascia scampo. E se quella giardiniera della famiglia Di Vita, magari attraverso una ingestione o un contatto prolungati, fosse stata la destinataria finale di un processo agricolo approssimativo? Un avvelenamento indiretto, un bacio della morte arrivato dalla terra fin dentro un cesto di Natale? E’ una domanda legittima e per questo le indagini della Procura di Larino e della Squadra Mobile non escludono nulla. Nulla proprio. Persino ciò che sembra ai limiti della scienza. E quindi nemmeno la suggestione — quasi cinematografica — di cui oggi a Pietracatella parlano in parecchi, raccontando di quella scuola nell'area interessata che, tra i banchi e le serre, coltiva e studia anche piante di ricino. E che potrebbe essere stata il luogo in cui trovare il veleno.

pietracatella
La famiglia Di Vita Ansa

In questo scenario, a alimentare i dubbi si inserisce anche l’audio "rubato" da un cronista del TG1 a casa Di Vita. La registrazione della voce di una dottoressa dell’ospedale di Campobasso: “Di Vita ha più di 112 mila piastrine… la bilirubina totale è alta. È alta per Sara, Antonella e anche Gianni Di Vita: aumenta sempre di più, è indiretta e non coniugata”. La bilirubina alta chiama in causa l’emolisi, la distruzione dei globuli rossi. È la firma del veleno, dicono gli esperti. Gianni Di Vita, il sopravvissuto, potrebbe aver subito un processo biochimico identico a quello delle sue donne, ma in misura leggerissima rispetto alle due vittime. Tanto che nel suo sangue la ricina non è stata trovata.

Ecco, è esattamente qui che la logica si spacca però in due direzioni opposte. Entrambe devastanti. Crude. Feroci. Da un lato c’è il Gianni vittima: l’uomo che, per un caso del destino o per una costituzione più solida, ha subito solo un "contatto" o un’ingestione minima, un leggero avvelenamento che lo ha graffiato senza abbatterlo, ma lasciandolo vedovo e senza più una figlia. Dall'altro lato, però, spunta pure l'ipotesi agghiacciante: quei sintomi lievi, quella bilirubina mossa, sono il segno di un errore di calcolo dell'avvelenatore? Gianni Di Vita ha avuto un contatto con la ricina perché la stava maneggiando? Il dubbio, in questa fase, è necessità investigativa che lascia aperte tutte le prospettive e prova a guardare ovunque. Anche nell’inimmaginabile, mentre le parti attendono il 29 aprile per visionare i vetrini delle analisi istologiche, aspettando che la relazione finale del Centro Antiveleni di Pavia metta un punto e che la Procura di Larino trovi un indirizzo definitivo verso cui muoversi. Magari già dalle prossime ore, visto che pare siano in corso ulteriori "interrogatori".

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  • Omicidio
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