Mentre dal Robert Koch Institut di Berlino si attendono i risultati sui reperti sequestrati nell'abitazione del delitto, l’inchiesta sul duplice avvelenamento da ricina di Pietracatella sembra avviarsi verso una richiesta di proroga. Perché è vero che gli inquirenti hanno cominciato a ritirare le reti, ma è vero pure che, una volta che i nomi saranno sul registro degli indagati, servirà andare ulteriormente a fondo. Nove mesi dopo la sera del 23 dicembre, quando Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita hanno ingerito la dose mortale, la Squadra Mobile di Campobasso e la Procura di Larino sono ormai concentrate sulle relazioni personali della famiglia. Ma tutto, adesso, ruota attorno a un unico e preciso interrogativo: quale sia stato il ruolo effettivo di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime.
Sul piano delle perizie scientifiche, la relazione firmata dal team del dottor Christian Herzog servirà a fare chiarezza. I tecnici tedeschi hanno passato al setaccio il materiale prelevato a Pietracatella – un centinaio abbondante di campioni tra generi alimentari, bevande, borracce e recipienti. L'obiettivo è isolare la matrice chimica e individuare con certezza (al di là delle indiscrezioni già circolate) il cibo o la bevanda usati come vettore del veleno. Gli esiti inviati da Berlino dovranno anche certificare formalmente l'assenza di anticorpi alla ricina nel sangue di Gianni Di Vita e della stessa Alice, dato finora mai confermato formalmente. Sul versante investigativo, la Procura di Larino ha abbandonato da tempo la tesi iniziale dell'intossicazione alimentare per procedere per omicidio volontario premeditato, anche se la posizione dei cinque medici indagati non è stata ancora archiviata. L'ipotesi su cui si lavora è quella di un delitto maturato per motivi personali, tra gelosie, ritorsioni, sesso e sottotracce affettive.
Lo dimostrano anche le ultime audizioni condotte a Campobasso, tra cui il confronto sostenuto da Gianni Di Vita con Monia, docente di matematica e amica dell'uomo. Sotto i riflettori sono finiti anche i contatti emersi tra Antonella Di Ielsi e il marito della docente, Michele, un tecnico di laboratorio impiegato all'Istituto agrario di Riccia. La convocazione in Questura del tecnico servirà a verificare la natura dei messaggi scambiati prima di Natale e a chiarire le discordanze emerse tra le testimonianze già messe a verbale. Dovevano ascoltarlo già giorni fa, ma stanno rimandando e, probabilmente, da alcune intercettazioni potrebbero essere emersi ulteriori elementi che andranno chiariti prima di trasformarsi in domande dirette.
Resta da capire, però, la posizione di Gianni Di Vita e altre due donne. Gli inquirenti lavorano per stabilire se l'uomo sia una vittima scampata al veleno per puro caso e che ha comunque perso la moglie e una figlia, il regista del duplice omicidio o uno spettatore che magari ha capito cosa possa essere successo, ma è rimasto imbrigliato in una trama di ricatti. Costretto a tacere. Una posizione, quest’ultima, ipotizzata anche per altre due donne: persone vicine a Gianni che forse non hanno detto tutto. Anche se le ultime escussioni dovessero produrre elementi definitivi, è ipotizzabile che la Procura di Larino chiederà comunque una proroga di sei mesi per le indagini preliminari. La sovrapposizione tra i dati di laboratorio in arrivo dalla Germania e le prossime convocazioni negli uffici di via Pavan potrebbe comunque portare già nei prossimi giorni alle prime iscrizioni sul registro degli indagati.