La storia, un po’ tragedia un po’ farsa, che prosegue attorno alla bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci si trascina dentro un altro protagonista. È Roberto Saviano, autore di quattro video di approfondimento sulla vicenda sul suo canale YouTube. In due di questi, “Lavitola e i messaggi in codice dal carcere”, pubblicato il 7 settembre, e “Lavitola e la truffa del falso quotidiano”, Saviano si sarebbe lasciato andare a uno “slancio narrativo” che Maria Lavitola ha deciso di non tollerare. La sorella del faccendiere, al contrario di altre donne in questa storia, è sempre rimasta dietro le quinte, del resto con il fratello Valter ha tagliato i ponti da anni, ma è rimasta legatissima alla memoria del padre Giuseppe che sarebbe stata offesa nei due video. Ora, per la prima volta in questa vicenda, Maria Lavitola ha scelto di parlare: il direttore di MOW, Moreno Pisto, l’ha intervistata in una lunga conversazione, che andrà in onda domani su Rai3 alla trasmissione Filorosso condotta da Antonino Monteleone.
Ma chi è Giuseppe Lavitola? È stato uno stimato psichiatra, autore tra le altre cose di alcune perizie nel corso dei procedimenti contro Raffaele Cutolo. Proprio a proposito di questo l’autore di Gomorra, parlando del patron del Cefalù e del suo “mestiere” (sicuramente non si riferisce a quello di ristoratore...) dice: “Questo è il mestiere di Valter Lavitola e non se lo è inventato ma l’ha imparato a casa da suo padre”. Nel secondo video, secondo la querela, il concetto viene ribadito e rafforzato: tra il minuto 8:04 e l’11:31 Saviano sostiene che la capacità di “ribaltare tutto” del faccendiere sarebbe stata “imparata a casa, suo padre il professor Giuseppe Lavitola”, accostando le perizie del professore, svolte anche nei procedimenti riguardanti Vincenzo e Nunzio De Falco, a un presunto “metodo mistificatorio”. Fino al parallelismo: “Il padre trasformava un mandante di omicidio in un malato… Il figlio 30 anni dopo trasforma un attentato in un atto d’amore”. E ancora, al minuto 25:02: “Il primo maestro del resto è il padre, il secondo appunto è Sergio De Gregorio”. Frasi che non sono decisamente piaciute a Maria Lavitola.
La querela, indirizzata alla Procura della Repubblica di Napoli, è per diffamazione a mezzo internet ai danni della memoria di una persona defunta (articoli 595 e 597 del codice penale, che riconosce ai prossimi congiunti la facoltà di agire). Maria Lavitola scrive che la ricostruzione di Saviano attribuisce al padre “un ruolo diretto nella formazione del figlio rispetto a condotte indicate come criminali”, e la definisce priva di fondamento storico, fattuale e documentale. Precisa poi che il professor Lavitola fu inizialmente nominato perito dall’autorità giudiziaria e solo in seguito svolse anche attività di perito di fiducia.
Nell’atto vengono contestati tre punti. Il primo è un errore politico: nel secondo video il professore viene definito esponente della “Democrazia Cristiana Campana”, ma sarebbe stato legato al Movimento Sociale Italiano. Il secondo è l’asserito “ruolo di mediazione” tra Cutolo e gli ambienti politici, cioè il ruolo di “ponte” tra apparati statali e Nuova Camorra Organizzata, che la querelante “smentisce categoricamente”. Il terzo è la contraddittorietà della narrazione: lo stesso Saviano ammette che “Giuseppe Lavitola non è mai stato condannato” e che “non c’è alcun procedimento penale a carico di Giuseppe Lavitola”, ma poi lo dipingerebbe come “istruttore o maestro in senso criminale”. Una tecnica che, secondo la querela, eccede i limiti del diritto di cronaca e di critica.
Maria Lavitola precisa poi di dissociarsi totalmente dalle attività e dalle condotte poste in essere dal fratello, di cui giustamente Saviano parla nel suo video, dice infatti di “non voler contestare il diritto di Roberto Saviano di occuparsi pubblicamente della figura di Valter Lavitola, né il diritto di esprimere opinioni e valutazioni nell’ambito della propria attività divulgativa”.
Il motivo per cui decide di sporgere querela è quello che già in passato l’aveva spinta a difendere l’onore del padre e della sua famiglia di fronte agli affari opachi del fratello: “Voglio restituire l’onore perduto al cognome Lavitola”, raccontava “i miei genitori non ci sono più, ma io non posso fare a meno di pensare, in questo momento, a mio padre Giuseppe. Un uomo onesto, un grande psichiatra”.