Muti c’è da stare. E’ una di quelle frasi – forse più al cinema che nella realtà – tipiche dei mafiosi perchè il silenzio, quello che si fa e quello dentro cui ci si muove, è presupposto e fine della storia di ogni boss: Totò Riina compreso. Aveva scelto di sembrare un turista educato a Malta, con l’aria di un vicino che "sverna" dove il clima è più dolce e non ha voglia di risultare invadente. Silvio Schembri e Massimo Giletti, adesso, ne hanno la certezza: U curtu, il vangelo di sangue dei Corleonesi, raccontato come il recluso costretto alla triste latitanza in via Bernini a Palermo, era proprio quell’abitante delle ville di Gozo, a Malta. Due per la precisione, una delle quali oggi appartenente a un ministro del governo locale.
Nella solita corsa tra giornalisti c’è chi ora liquida tutto con un “si sapeva”, ma la verità è che Massimo Giletti ha riportato a galla un rimosso (e taciuto) collettivo che racconterà nella prossima puntata di Lo Stato delle Cose, mettendosi davanti a Gaetano “Tanino” Grado. Il più feroce dei killer dei boss. Sessanta omicidi sulle spalle, gli occhi pieni di una vita passata a toglierla agli altri e la decisione, adesso, di rompere il silenzio passando anche dalla TV e mostrando quel volto che nessuno aveva mai visto prima se non un secondo prima di morire..
Malta - ha raccontato e lasciato intendere - non era un esilio per Riina e per la Mafia in genere, ma una logistica del riciclaggio, un crocevia finanziario dove i soldi del narcotraffico e delle stragi venivano lavati nel silenzio di un’isola che ha fatto comodo troppe volte a troppi nella storia e che, probabilmente, è stata appendice dell’Italia più che uno stato a parte. L’inchiesta di Silvio Schembri, innescata da una lettera anonima indirizzata a Pino Maniaci, è arrivata fino al parco di una villa a due piani con vista mozzafiato. Un immobile che oggi appartiene all’attuale ministro dell’Agricoltura maltese, Anton Refalo.
Sia chiaro, il ministro è estraneo a ogni addebito, ha acquistato la proprietà "successivamente", ma la sua reazione scomposta davanti alle telecamere — un “fatti i fatti tuoi” sibilato mentre scarica un pick-up — lascia intendere quel nervosismo tipico di chi abita, consapevolmente o meno, le vestigia di un passato indicibile. Malta, inutile fare finta che non sia così, non è un luogo neutro. È l’isola che ha visto il sacrificio della giornalista Daphne Caruana Galizia, è il ventre molle dell’Europa dove i capitali di Cosa Nostra hanno trovato, per decenni, canali di scolo privilegiati. L’inchiesta di Giletti, quindi, è ben di più del racconto di una latitanza passata.
Riina è morto nel 2017, portandosi nella tomba segreti che meritano comunque d’essere svelati, compreso quello su chi gli ha permesso di "svernare" indisturbato a Gozo. Mentre in Sicilia si scavavano fosse comuni e si scioglievano bambini nell'acido, a Malta il capo dei capi recitava la parte del pensionato garbato. È la banalità del male. Tanino Grado, testimone oculare di questa messinscena, conferma che Malta era il rifugio quando a Palermo "l'aria si faceva pesante", ovvero quando la guerra di mafia richiedeva una pausa tattica per riorganizzare il male. E forse anche i rapporti con la parte apparentemente pulita di una Italia che non poteva non sapere.