L’incontro di oggi sarà breve. Toccata e fuga di 50 minuti a Palazzo Jung, Palermo. S’inaugura l’esposizione di quella Fiat Croma a bordo della quale 34 anni fa viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Quella Fiat Croma ridotta a cadavere di lamiera, insieme a tutta l’autostrada Palermo-Mazara, allo svincolo per Capaci, e allo Stato italiano, il 23 maggio del 1992. Un quintale di tritolo che andava a colpire il cuore dello Stato e neutralizzava l’inchiesta sulla mafia, gli appalti e i legami con la politica, anche quella di livello nazionale, emersa solo molto tempo dopo. Al tempo stesso Falcone era al lavoro per l’istituzione della Direzione Nazionale Antimafia per modernizzare l'assetto della Direzione Distrettuale di allora. La stessa che oggi rinvia a giudizio 22 persone che, dal novembre di quest’anno, hanno seminato il panico allo Zen di Palermo in un’escalation mafiosa inquietante che, oltre ad incendiare negozi e automobili, è arrivata a quei colpi di Kalashnikov a cielo aperto assurti all’onore delle cronache, costringendo gli abitanti del quartiere a rinchiudersi in casa, come in una vera e propria zona di guerra. Sarebbero tante le domande a cui più di 4 anni di governo Meloni dovrebbero rispondere a proposito del doppiopesismo riservato ai due processi in corso a carico di Gaetano Galvagno (presidente dell’Assemblea regionale di FdI), al quale sono contestati i reati di corruzione, peculato e truffa, ed Elvira Amata (assessora al Turismo dello stesso partito), a processo per corruzione. La Sicilia è evidentemente un mondo a parte, dove il pugno di ferro adoperato per Delmastro, Bartolozzi e Santanchè non è contemplato, e dove le notizie gravissime della politica arrivano attutite sulla terraferma, sempre più disinteressata a una regione che definire complessa è un eufemismo. Ne abbiamo parlato con Ismaele La Vardera, ex giornalista de Le Iene e profondo conoscitore dell’universo politico siciliano. Già vicepresidente della Commissione Antimafia regionale, dopo l’esperienza nell’Ars con la lista Sud Chiama Nord e la rottura con Cateno De Luca, ha fondato il suo movimento ControCorrente e da inizio luglio vive sotto scorta su indicazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Meloni fa tappa a Palermo per l’esposizione della Fiat Croma di Giovanni Falcone a Palazzo Jung e già sappiamo che non parlerà con i giornalisti. Forse perché son troppe le domande alle quali non bisogna dare risposta?
Beh, io ritengo, in premessa, che questa visita della Premier Meloni sia assolutamente tardiva rispetto ai problemi veri della città. Ricordo a chi ci segue da fuori dalla Sicilia che a Palermo, nelle scorse settimane, si è sparato a colpi di Kalashnikov in diversi negozi e bar, si sono bruciate autorimesse. Continui attentati che fanno comprendere una recrudescenza mafiosa che fa veramente paura. Allora ci saremmo aspettati, più che venire oggi per una manifestazione, che pure in realtà è apprezzabile, che la Premier potesse far sentire la presenza dell'istituzione dello Stato in una città dove la mafia ha deciso di far sentire la propria forza sfidando a testa alta lo Stato. Probabilmente il motivo per cui non vorrà parlare con i giornalisti è perché questa domanda qualcuno gliel'avrebbe fatta.
Sono passati 34 anni da quando è morto Giovanni Falcone. Cosa dovrebbe fare Giorgia Meloni che invece in questo lungo governo non ha fatto perché emergesse la verità su Capaci?
Ma ci sono tante ombre su questa vicenda e soprattutto da 34 anni si cerca verità e giustizia. Quello a cui abbiamo assistito è uno spettacolo indecoroso, ad esempio in Commissione Antimafia, dove, per assurdo, ripeto, non sono del mio partito, non sono un loro sostenitore, ma questo non mi porta di non riconoscere quello che ha dovuto subire sia Scarpinato che De Raho. Personaggi assolutamente autorevoli in quel mondo lì, quasi come se avessero la rogna in Commissione Antimafia, con il tentativo di espellerli: veramente indecoroso. L'antimafia non sta bene in questi anni. Questo dissidio tra lo Stato e l'antimafia questo governo l'ha soltanto acuito ancora di più.
A Palazzo Jung non ci saranno né Gaetano Salvagno, né Elvira Amata, uno il presidente Fdi dell’assemblea regionale e l’altra assessore al turismo. Entrambi con procedimento giudiziario per corruzione e peculato. A che punto è la notte di Fdi in Sicilia? Sulla terra ferma siamo rimasti fermi all’ultima puntata, cos’è successo nel frattempo?
Non so se vadano o meno, però il vero tema è che quando si parla di reati così delicati contro la pubblica amministrazione ci saremmo aspettati un pugno di ferro della Premier Meloni, che a Roma ha cacciato la Santanchè e Delmastro e non ha utilizzato sostanzialmente lo stesso criterio in Sicilia. Cioè, lì il pugno di ferro, qui è una verga... anzi, manco la verga, una piuma, ecco, mettiamola così. Lì il pugno di ferro, qui la piuma, perché sia Salvagno che Amata continuano a svolgere le loro funzioni nonostante i reati assolutamente, diciamo, pesanti che riguardano appunto la corruzione. C'è una lotta in Fratelli d'Italia, cioè sostanzialmente ci sono più organizzazioni, più aree, più correnti, dove praticamente Fratelli d'Italia implode su se stessa perché da una parte non può dire, non vuole dire, che Schifani non è il governatore che vorrebbe avere, dall'altra fa finta, diciamo, di continuare a tenere il cerino in mano a Schifani stesso. Le parole del capogruppo di Fratelli d'Italia in Parlamento sono assolutamente emblematiche: "O noi facciamo qualcosa oppure ce ne andiamo tutti a casa".
“Fratelli Coltelli” di Report e l’intervista a Borsellino realizzata poco prima di Capaci e pubblicata da Report ormai vent’anni fa è di grande attualità. Sia per la Fiat Croma a Palazzo Jung che per gli attacchi della stampa a Ranucci che viene accusato di essersi messo una bomba da solo proprio come Falcone. Lei che ne pensa di questa storia?
Ma quello che sta succedendo a Sigfrido Ranucci è veramente degno di un copione che purtroppo ormai si ripete. È accaduto con un attentato all'Addaura proprio contro Falcone: la bomba non esplose e allora qualcuno osò dire "se l'è messa da solo". Guardate, quando ci sono degli attentati falliti - quello di Peppe Antoci ad esempio, ma tanti altri eroi che ho conosciuto, Benedetto Zoccola, vicesindaco di Mondragone - esplodono le bombe e la colpa, incredibilmente, è della vittima. La loro colpa è quella di essere rimasti in vita, sostanzialmente. Io ho fatto un post dove dico che Ranucci è colpevole, colpevole di non essere morto in quell'attentato. È il tentativo maldestro di far passare, al di là di quelli che saranno gli accertamenti, che è giusto che vengano fatti, questi attentati. Non voglio pensare minimamente che Ranucci sia dietro questa bomba, poi, sostanzialmente per cosa? Per aumentare la propria visibilità, la propria intoccabilità? Chi vive sotto scorta, come me, non vedrebbe l'ora domani mattina di smettere di vivere questa vita, con mille limitazioni. Quindi pensare che le vittime a un certo punto si trasformino in carnefici è un pensiero, un retropensiero, che fa parte di una delle cose peggiori delle bombe che esplodono, che è la delegittimazione, ancora più pesante delle bombe stesse. È un copione che si ripete ed è quello che sta succedendo anche a Sigfrido.
Tutta terra bruciata che potrebbe andar bene per la sporca dozzina vannacciana? Dopo la rivolta dei detenuti scoppiata a Enna non ci sono andati Meloni e Nordio, ma Gianni Alemanno che su La Sicilia ha parlato della nascita di Futuro Nazionale nell’isola, manca solo un coordinatore
Ma guardi, il vero argine alla deriva vannacciana in Sicilia si chiama Controcorrente, il nostro movimento, che risulta essere nei sondaggi tra i primi in Sicilia. È la dimostrazione che bisogna arginare quel populismo pericoloso di Vannacci. Guardate che il populismo non è sempre pericoloso. Io rivendico con orgoglio di parlare di temi che stanno a cuore al popolo: la giustizia sociale, la correttezza, l'essere assolutamente precisi contro ogni spreco, avere una linea rigida nei confronti di chi viene indagato per reati afferenti a problemi di mafia nella pubblica amministrazione. Ma quando si parla di populismo e si parla di deportazione umana, come la remigrazione vannacciana, lì è un vero problema. Io ho fatto una provocazione a Vannacci. Gli ho chiesto un confronto. Ancora non mi ha risposto. La remigrazione vera dovrebbe essere quella di far tornare i siciliani che sono andati via in giro per il mondo, quelli che hanno abbandonato questa terra ma che vorrebbero poterci tornare. Quindi, sotto questo punto di vista, Controcorrente sarà un argine importante alla deriva vannacciana anche in Sicilia. Ma sul Ponte continua un rinvio di un'opera che è assolutamente propagandistica, che ancora oggi non vedrà mai la luce, per il semplice fatto che i siciliani sanno perfettamente che una delle ultime cose di cui hanno bisogno è proprio il Ponte.