Mentre la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo si lamenta de relato a La Verità della gestione del dossier mafia-appalti e della presunta impossibilità di giungere ormai alla verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, sembra non accorgersi che tra gli esecutori proprio di quest'ultima strage ce n'è uno, Cristoforo Cannella, detto Fifetto, che ha ottenuto un permesso premio per uscire dal carcere. E non è il solo. Una lunga schiera di boss, ergastolani e capimafia ha ottenuto benefici penitenziari, mentre altri continuano a richiederli. Ne parla Paolo Festuccia sulla Stampa, raccontando un fenomeno che non riguarda soltanto piccoli gregari della criminalità organizzata, ma alcuni dei protagonisti della stagione stragista di Cosa nostra.
Poi certo, la dottoressa Colosimo potrà rivendicare di essersi battuta sul tema nel lontano maggio 2025 (eh sì, anche un anno, quando si fanno promesse, è lontano). Il 24 maggio 2025, dopo un'inchiesta di Salvo Palazzolo su Repubblica dedicata ai boss scarcerati e ai permessi premio, la presidente denunciò il numero impressionante di circa 200 permessi concessi ai mafiosi, emerso dopo una richiesta di informazioni al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Tra i casi che avevano provocato lo scandalo c'era quello di Lorenzo Tinnirello, ergastolano coinvolto nella preparazione degli esplosivi delle stragi del 1992, al quale il magistrato di sorveglianza di Milano aveva concesso sei ore di permesso premio. Una decisione che la Procura di Milano era riuscita a bloccare e che sarebbe stata definitivamente bocciata dalla Cassazione. Poi c'era Salvatore Benigno, artificiere dei Graviano, condannato per le stragi del 1993, che invece aveva già ottenuto diversi permessi per svolgere attività sociali fuori dal carcere. Colosimo denunciò il fenomeno e anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, suo compagno di partito in Fratelli d'Italia, condivise pubblicamente l'allarme. Ebbene, a distanza di quasi diciassette mesi, che cosa è successo? Niente. E siamo punto a capo. L'inchiesta pubblicata oggi dalla Stampa racconta che Cristoforo Cannella, condannato all'ergastolo anche per la strage in cui furono uccisi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, ha ottenuto un permesso per uscire dal carcere il 10 aprile 2026. Cannella è l'uomo che, secondo quanto accertato nei processi, aveva in mano il telefono utilizzato per segnalare il passaggio dell'auto del magistrato verso la casa della madre. Prima di lui era uscito con un permesso, il 6 marzo 2026, anche Gregorio Di Giovanni. Un beneficio era stato ottenuto pure da Mario Capizzi, capomandamento di Ribera, condannato all'ergastolo anche per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia rapito, tenuto prigioniero per oltre due anni e poi strangolato e sciolto nell'acido. E che dire di Raffaele Galatolo, condannato all'ergastolo per mafia e omicidio, che durante il Covid aveva ottenuto permessi per lavorare presso un'associazione di volontariato e che, secondo la ricostruzione della Stampa, una volta tornato a Palermo avrebbe tentato di riorganizzare le famiglie mafiose dell'Acquasanta e dell'Arenella? Per altri boss, invece, i permessi sono stati negati o sono ancora in attesa di valutazione. Filippo Graviano, condannato per le stragi del 1992-1993, ha ricevuto due dinieghi. Gioacchino Corso, Gioacchino Cillari, Giuseppe Falsone e Stefano Fragapane attendono una decisione sulle rispettive richieste. Nicola Accardo e Girolamo Biondino, invece, sono tornati liberi per fine pena, una circostanza giuridicamente diversa dai permessi premio. Insomma, la questione denunciata da Colosimo nel 2025 è tutt'altro che chiusa. E qualcosa la presidente della Commissione Antimafia, a onor del vero, lo ha fatto. O almeno, ci ha provato.
Il 26 maggio 2025, due giorni dopo la denuncia dei duecento permessi, ha guidato una missione della Commissione Antimafia nel carcere romano di Rebibbia, ascoltando i responsabili dell'istituto e del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria. La Commissione aveva inoltre inoltrato quattro richieste di informazioni al Dap. Soprattutto, il 5 agosto 2025, Colosimo ha presentato alla Camera la proposta di legge A.C. 2559, che prevede controlli più rigorosi nella concessione dei benefici penitenziari, l’acquisizione obbligatoria dei pareri degli organi competenti e maggiori possibilità d'intervento per la Procura nazionale antimafia. Una proposta nata proprio per affrontare le criticità denunciate dalla presidente. Nel testo, curiosamente, si prevede anche un iter più snello per i permessi successivi al primo, quando ricorrano determinate condizioni e siano trascorsi non più di tre mesi. Ma il vero problema è che nessuno sa che fine abbia fatto questa benedetta proposta di legge. È stata assegnata il 18 novembre 2025 alla Commissione Giustizia della Camera, presieduta da Ciro Maschio, anche lui di Fratelli d'Italia. Da allora, secondo la scheda parlamentare aggiornata al 12 ottobre 2026, l'esame non è nemmeno cominciato. Sono trascorsi quattordici mesi dalla presentazione e quasi 9 dall’assegnazione. Un provvedimento sbandierato come risposta a un allarme nazionale è rimasto fermo alla casella di partenza. Certo, Colosimo non ha il potere di calendarizzare da sola una legge. Ma appartiene allo stesso partito del presidente della Commissione Giustizia e alla maggioranza che sostiene il governo. Non è forse il caso di chiedersi perché una proposta considerata tanto urgente sia rimasta in un cassetto? Quali iniziative sono state assunte per sollecitarne l'esame? E perché, nel frattempo, non risulta pubblicata una relazione conclusiva della Commissione Antimafia dedicata specificamente ai duecento permessi denunciati nel 2025? Ovviamente la cosa non è sfuggita agli otto parlamentari del Partito democratico componenti della Commissione Antimafia: Walter Verini, Enza Rando, Debora Serracchiani, Giuseppe Provenzano, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco Mirabelli e Valeria Valente. Dopo l'inchiesta della Stampa non hanno tardato a diffondere una nota congiunta nella quale denunciano quanto prospettato da La Stampa. Chiedono al ministro della Giustizia Carlo Nordio di riferire in Parlamento e sollecitano la convocazione della Commissione Antimafia per acquisire informazioni complete. Una richiesta legittima. Anche se, per il momento, siamo ancora alle dichiarazioni: non a una convocazione già deliberata, né a un'audizione del ministro già fissata. E anche agli esponenti democratici sarebbe lecito chiedere quali iniziative concrete abbiano intrapreso nel frattempo, dal maggio 2025 a oggi. Perché le notizie sui permessi ai boss non sono nate ieri. E nel frattempo la presidente è tornata a parlare delle omissioni che avrebbero impedito di ricostruire le stragi di mafia di trentaquattro anni fa. Non un secolo. Ma se davvero il tempo cancella le prove, disperde i documenti e rende sempre più difficile accertare le responsabilità, perché non cominciare da quelle che possono essere affrontate oggi?