L’onda blu che ha contraddistinto il voto delle Midterm americane è anche un po’ rossa: non il rosso del Partito Repubblicano, chiaramente, ma quello della sinistra tradizionale internazionalmente intesa. Il Partito Democratico ritorna con forza in controllo della Camera dei Rappresentanti e del Senato e in un certo senso si trova a dover dar ragione a chi, già nel 2016, anno del primo trionfo di Donald Trump alla Casa Bianca, ricordava che l’ascesa del movimento MAGA non era un accidente della storia ma la manifestazione del fatto che alle tensioni della società americana bisognasse dare risposte. I figliocci del vecchio leone Bernie Sanders, senatore del Vermont e capopopolo della sinistra democratica, non sono maggioranza nel partito ma hanno una voce tale da poter e dover essere ascoltati.
Vincono molti deputati progressisti legati ai sindacati o a gruppi come i Democratic Socialists of America; vince chi, come il neo-senatore dell’Ohio Abdul El-Sayed, mira a un’agenda progressista aperta e interclassista; vincono i nuovi esponenti della sinistra cristiana come i conquistatori dei seggi di Kansas (Hamilton) e Texas (Talarico). Il primo non eleggeva un Senatore democratico da quasi un secolo, mentre lo Stato della Stella Solitaria si colora di blu in ogni voto: Gina Hinojosa diventa governatrice dopo aver puntato sulla fine delle agevolazioni fiscali sui data center, il cui sviluppo futuro e il rapporto con le comunità locali è stato tema centrale anche nella vittoria in Ohio (patria di JD Vance) di Sherrod Brown, mentre Talarico ha coagulato la celebrazione della vittoria della sua campagna elettorale orientata a un messaggio basato su una versione caritatevole e progressista del messaggio cristiano dichiarando: "La vera lotta in questo Paese non è tra destra e sinistra, ma tra chi è al vertice e chi è al potere". Per Talarico "chi è al vertice si impegna tanto per tenerci arrabbiati e divisi perché la nostra unità rappresenta una minaccia per la loro ricchezza e il loro potere". La corsa sregolata dei giganti del tech, la denuncia dello stato spaventoso delle disuguaglianze, l’inflazione, il peso dei miliardari nelle campagne elettorali, la mancata realizzazione delle promesse di Trump di maggiore prosperità e sviluppo, la spinta del Paese a combattere un trend politico che ha portato dazi e guerre all’estero fonte di rincari e inflazione: i democratici hanno in molti distretti conteso al Grand Old Party i seggi su temi concreti. Il bersaglio era chiaro, e tante volte non serviva nominarlo: Donald Trump. In voti polarizzanti conta solo una regola: non perdere. E i dem hanno visto il loro successo trainato da una sinistra che ha saputo fare…la sinistra. Riconquistando un suo popolo sull’onda lunga della manifestazione di un malcontento generalizzato.
Figure come Sanders, senatore del Vermont e padre nobile di questa nuova ondata, lo dichiaravano da tempo: il dolore degli Stati Uniti profondi e dei forgotten men che sisentivano tagliati fuori dal tramonto del sogno americano non andava ritenuto qualcosa da sottovalutare in un Partito Democratico spesso arroccato attorno alle basi costiere ma doveva essere un sussulto a cui dare risposta. La perdita di milioni di posti di lavoro (5 solo nell’industria nei primi 15 anni del Duemila) con l’urto tra globalizzazione e periferia americana era reale; lo era il senso di perdita di status e di senso per la politica e il ruolo dell’America che gli abitanti dei flyover States percepivano; lo era il senso d’incertezza sul futuro che contribuiva a creare le death by despair da isolamento, solitudine, dipendenze da farmaci. Nel 2020 Joe Biden, in nome dell’anti-trumpismo, assorbì le spinte radicali provenienti da chi voleva sfidare Trump sui suoi temi in una coalizione che durò il tempo di un voto, prima che l’establishment democratico ridimensionasse il peso dei progressisti. Sanders definì quella di Biden l’amministrazione “più progressista dai tempi di Franklin Delano Roosevelt” ma il cambiamento si manifestò solo all’inizio della leadership del veterano ex vicepresidente, conscio dell’idea di trovare un punto di contingenza interno ai dem e autore di operazioni di ingegneria industriale e sussidi alla transizione green (Inflation Reduction Act) e alla tecnologia (Chips Act) da un lato e fautore di un maggior controllo delle piattaforme tecnologiche poi non materializzatosi come nelle aspettative dei progressisti. Biden, da pragmatico, capì più della “delfina” Kamala Harris la necessità di dare diritto di cittadinanza a ogni anima in un partito a trazione centrista. La disfatta del 2024, con la tripletta dei trumpisti (Presidenza, camera e senato), ha rappresentato l’anno zero per i democratici. All’interno del partito, in molti hanno colto la lezione e hanno assecondato la spinta politica al cambiamento.
In tal senso, è l’ordine delle cose a dettare una linea politica chiara. La sinistra ha ragion d’essere se fa la sinistra. La destra lo ha se fa la destra. Non è un giudizio di valore sulle singole proposte, e del resto il Partito Democratico ha anche beneficiato del fatto di non avere una leadership unificata che ha fatto fiorire diverse correnti e visioni interne, ma una presa d’atto del fatto che la politica richiede scelte di campo e, in tal senso, il campo progressista dem ha saputo diventare, da un lato, più frastagliato e plurale (esponenti delle minorenze, blue-collar bianchi, membri della sinistra cristiana) e, dall’altro, più influente, così come la destra trumpista seppe essere dentro il Partito Repubblicano fattore di cambiamento promuovendo un conservatorismo più spinto a destra, l’isolazionismo economico e temi nazionalisti e nativisti come cifra distintiva della formazione. Tempi di grandi cambiamenti e incerti spesso spingono le formazioni politiche a cercare soluzioni originali, e in questo ultimo decennio l’originalità negli Usa è constato nel graduale tracollo del consensus centrista e trasversale ai due partiti egemoni del sistema USA. La sinistra Usa ha vinto tornando a fare la sinistra in un contesto segnato da fragilità e distanze tra le parti sociali e ora sarà chiamata a fare sintesi per prepararsi alle presidenziali del 2028.
Questo insegna qualcosa anche alla politica di casa nostra. Un formato politico concorrenziale può emergere quando adatta la sua visione ideologica alla concretezza dei problemi politici, economici e sociali del sistema-Paese di riferimento. La Sinistra italiana può prendere esempio da quella americana non tanto tramite una spinta al ricalcamento delle sue politiche, che afferiscono a un contesto diverso, quanto piuttosto per la comprensione del valore del pluralismo (più che del particolarismo) come fattore di competitività. Programmi e leader sono un problema secondario se l’orizzonte valoriale resta comune. In tal senso, in Italia una coalizione come quella di centrodestra ha dimostrato a lungo di concordare su un nocciolo duro di temi (politiche economiche orientate ad alleviare la pressione fiscale, più sicurezza, un’attenzione comune alle categorie produttive) che consente di creare una piattaforma operativa su cui gestire, poi, divergenze anche palesi su altri fronti. La sinistra italiana, nella versione odierna del “Campo Largo”, sembra più intenta alla ricerca del massimo comune divisore, ovvero la quota massima di questioni su cui dividersi, piuttosto che a quella del minimo comune multiplo. In tal senso, la sinistra americana mostra che in tempi di sfide economiche, nuove disuguaglianze e realtà in cambiamento forse la seconda strada appare più concreta per creare un terreno comune e, soprattutto, concreto. La sinistra americana sta definendo i fini e prova a darsi i mezzi; in Italia un processo del genere ancora non si vede. Esperienze come quella degli Usa, dove spinte moderate e radicali si compenetrano nell’agenda comune, scontano chiaramente la differenza dell’esistenza di un numero maggiore di soggetti politici in Italia ma, in tal senso, dovrebbero invitare anche i maggiorenti progressisti italiani a riflettere a riguardo. Creare una visione comune aiuta a creare un proprio popolo politico: quel popolo politico di riferimento che, magari, si mobilita per i referendum come quello sulla giustizia ma non lo considera come una premessa di sostegno al campo largo. Un orizzonte comune è ciò che manca alla sinistra italiana per essere qualcosa di più di un blocco di formazioni unite dalla volontà primaria di disarcionare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi.