A Roma, nell’androne di un palazzo di via Bolzano, s’è consumata l’ennesima tragedia: Miriam Indelicato, 23 anni, trovata morta dal portiere dello stabile. Proprio nel giorno in cui, almeno sulla carta, sarebbe dovuto avvenire il passaggio da studentessa a dottoressa. E’ cronaca, ma è pure analisi sociale, tra aspettative e bugie, tra modi di andare avanti quando non si può più andare avanti rispetto a una narrazione portata avanti e difesa. Tra quello che si può dire e quello che, non fosse altro che per il rispetto che si deve a una giovane vita che si spezza così, si cerca di non dire. O, al limite, di lasciar intendere. Ci sono le indagini già in corso e tirare conclusioni è sbagliato, ma forse Miriam Indelicato oggi aspettava una via d’uscita più di quella famiglia che l’avrebbe dovuta raggiungere a Roma per la festa di laurea.
Il mistero, insomma, è durato poco: il vuoto della tromba delle scale potrebbe aver paradossalmente colmato qualcosa. Probabilmente un non detto ormai insostenibile. Ma saranno comunque le indagini, eventualmente, a chiarirlo. Anche se è evidente che molto non torna: una data, il 17 aprile, fissata come il giorno del trionfo accademico alla Luiss, e un’assenza del nome di Miriam Indelicato dai registri universitari che durava ormai dal 2024. Il giallo forse non c’è . Di domande da farsi, non necessariamente su Miriam, ma sulle dinamiche sociali, sulle aspettative e forse pure sulle bugie che tengono a bada le aspettative stesse invece ce ne sono tante. Perché analizzare la fine di Miriam può significare addentrarsi in quel labirinto psicologico che porta a autoprocurarsi delle prigioni dentro cui infilarsi credendo che sia il male minore.
Forse, e il forse è bene pure ripeterlo cento volte, non è la storia di un esame mancato, ma quella della tirannia delle aspettative. Forse, e ancora forse, siamo davanti non a un giallo da risolvere, ma all’ennesima, tristissima, storia, di una persona costretta a morire per tenere in vita l’immagine che gli altri volevano. C’è un cinismo miserabile nel modo in cui la nostra società celebra i traguardi come tappe forzate: più si fa vicina una luce immacolata verso l'esterno — la corona d'alloro, i brindisi, il riscatto di una studentessa fuori sede — più l'oscurità interna si addensa, nutrita dal terrore di deludere.
Il dolore dei familiari, giunti a Roma per una festa trasformata in veglia, è la testimonianza di quanto possa essere storto il muro che separa due generazioni: da un lato l’orgoglio di chi crede di conoscere, dall'altro la solitudine di chi non sa come confessare di aver smarrito la strada. Con, in più, il silenzio dell’ateneo con la solita storia della privacy che serve più a tutelarsi che a tutelare. Mentre la verità rimane sempre un passo oltre a tutto e pure sempre ben nascosta. Che sia quella dell’Ateneo, che sia quella di una famiglia. O che sia quella di una ragazza che aveva solo 23 anni. E sulla cui fine, è opportuno ribadirlo, dovrà comunque mettere l’ultima parola la magistratura, al di là di ogni altra possibile conclusione affrettata.