Parliamoci chiaro, definire Matteo Salvini “ministro della malavita” non è un complimento né esattamente una critica. Magari il succo di una critica, la sintesi. Una definizione che resta in testa e che, ovviamente, Saviano non ha partorito da solo. Nel 1910 Gaetano Salvemini definì così Giovanni Giolitti, non proprio uno di Pontida, per via delle intimidazioni, degli imbrogli e delle violenze messe in atto da alcuni politici giolittiani nel Sud Italia durante le elezioni del 1909. Pare, ma non è chiaro, che Salvemini si sia poi pentito della definizione, almeno questo riportava nel 1999 Indro Montanelli sul Corriere (anche lui, per altro, riprese un’espressione di Salvemini, quella del “turarsi il naso” e votare la Dc; ma eviteremmo qui di fare impallidire anche il più scarso degli storici paragonando Montanelli a Saviano). Insomma, per cento anni e passa la definizione “ministro della mala vita” non è mai stata un complimento. Nel caso di Giolitti era realmente una sintesi (anzi, meglio, il titolo di un saggio) di un’inchiesta giornalistica. Nel caso di Saviano… boh. E tuttavia per quanto poco sottile sia la differenza tra un lavoro giornalistico e un’opinione data in alcuni post social dallo scrittore di Gomorra, è certamente sottile quella che distingue una critica (e il suo diritto garantito in una democrazia) e un’offesa.
La domanda è: è possibile che in nome di quella insignificante differenza qualcuno rischi delle condanne? Possibile che il gioco si svolga intorno a un confine, quello tra la libertà di espressione e la diffamazione, di volta in volta messo alla prova da giudici, vip, politici e avvocati? Sarà forse il caso di accettare il fatto che tra diritto di critica e offesa non vi è soluzione di continuità e che dunque il diritto a parlare si estende naturalmente fino all’offesa? Insomma, si può dire che forse il giudice sbaglia giudicando quel “ministro della malavita” sotto a un post di Saviano “diritto di critica”, perché era chiaramente un’offesa, ma non sbaglia ad assolvere lo scrittore che ha deciso, con cognizione di causa (come fece con quel “bastardi” in diretta televisione su La7 per Giorgia Meloni e suoi gregari), di insultare un potente? Insomma, si può dire che Salvini magari questo soprannome non se lo merita ma che deve incassare e andare avanti, godendosi la carriera, le buche e i ritardi dei treni, tre problemi per la società italiana? Se vi serve un ulteriore indicatore di quanto sia giusto difendere non Saviano, ma il diritto di offendere, anche e soprattutto quando si tratta di certi politici, si noti che il Ministro dei Trasporti ha annunciato di voler querelare nuovamente Saviano ed è ormai assodato che pensarla in modo opposto a Salvini sia garanzia di ragionevolezza.