Giornata a dir poco convulsa ieri per il mondo dell’informazione. Alle 17.50 le agenzie di stampa battono la notizia: “Bartolozzi e Delmastro dal ministro Nordio verso le dimissioni”. Una notizia tale da costringere giornali, tg, talk show e redazioni a buttare il lavoro già fatto e ricominciare da capo, riscrivendo titoli, approfondimenti e scalette. E non è finita. Alle 20.04 arriva una nota di Palazzo Chigi che auspica le dimissioni della ministra Santanchè. Un vero terremoto politico-mediatico, esploso a ridosso della chiusura dei giornali, dei telegiornali e dei talk show. Ma la vicenda non si chiude qui. La ministra Daniela Santanchè fa sapere: “Non mi dimetto, anzi. Sono pronta a presentarmi al prossimo Consiglio dei ministri”. Così, nel mondo dell’informazione, dopo le dimissioni del sottosegretario Delmastro e del capo di gabinetto Bartolozzi, si apre l’attesa per l’esito di questo inedito braccio di ferro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la ministra Santanchè.
Notizie di grande rilievo – e, come si dice in gergo, “gustose” – che appassionano gli italiani a tal punto da relegare in secondo piano sia la sconfitta referendaria sia grandi questioni internazionali, come le tre guerre in corso e il prezzo dell’energia alle stelle. Ma tutto questo avviene con una velocità tale da far pensare che potremmo trovarci di fronte a un espediente comunicativo per allontanare dal governo il problema vero: la sconfitta referendaria. O, per dirla più semplicemente, che tutto ciò sia un diversivo per non parlare della sconfitta elettorale sul principale provvedimento del governo Meloni. Riflettiamo un momento, con un occhio ai tempi delle dichiarazioni. Fino al giorno della chiusura della campagna referendaria, tutte le dichiarazioni erano improntate alla difesa del sottosegretario Delmastro e del capo di gabinetto Bartolozzi. Molte di queste difese sono state espresse non solo ai giornalisti, ma anche in occasioni pubbliche e perfino dai palchi della chiusura della campagna. Che cosa è cambiato, dal punto di vista giuridico o da quello delle inchieste giornalistiche, nelle quarantotto ore trascorse tra la chiusura della campagna referendaria e il risultato del voto di lunedì pomeriggio? In pratica, nulla: nessuna nuova notizia, nessuna nuova foto, nessuna ammissione di colpa. E che cosa è cambiato al punto da arrivare a chiedere le dimissioni di Santanchè? Vale la pena ricordare che stiamo parlando della ministra del Turismo, non della Giustizia. Ma soprattutto: che cosa è cambiato rispetto alle strenue difese della ministra, espresse per mesi sui giornali e nelle Aule parlamentari? Vale la pena ricordare che la prima mozione di sfiducia, avanzata al Senato dal Movimento 5 Stelle, risale al 2023. E che cosa è cambiato rispetto al video rassicurante – con addirittura il sottofondo del cinguettio degli uccellini – in cui una Giorgia Meloni tranquilla, in maglioncino, diceva agli italiani con pacatezza: “La sovranità appartiene al popolo… andremo avanti con rispetto”? Qual è stato il passaggio che ha fatto precipitare il quadro dalla calma ostentata alle dimissioni del sottosegretario e del capo di gabinetto?
Qual è la notizia che spinge, a telegiornali ancora in corso, a chiedere pubblicamente le dimissioni del ministro del Turismo, senza concordare nulla con la diretta interessata, che è anche una storica militante dello stesso partito della premier e vicina al presidente del Senato Ignazio La Russa? Tutti indizi che fanno pensare di essere di fronte a un diversivo, a uno stratagemma comunicativo per non parlare del drammatico risultato elettorale che ha travolto il governo e la sua principale riforma. Un voto arrivato dopo un impegno ampio, forse persino eccessivo, di tutto il governo e addirittura della stessa premier Giorgia Meloni in prima persona. Percentuali che impongono alla maggioranza una riflessione seria: andare avanti o tornare al voto? In ogni caso, i numeri della consultazione ci dicono che non si può procedere con leggerezza su riforme importanti e delicate, che investono direttamente gli equilibri democratici. Dopo un risultato così eclatante, che fa uscire il Paese dall’incubo dell’astensione e dimostra che l’Italia è letteralmente divisa a metà, ha davvero senso parlare di un cambiamento della legge elettorale? E perché? Per costruire a tavolino una maggioranza che nel Paese non c’è. Per ottenere, attraverso premi di maggioranza garantiti da una nuova legge ad hoc, il potere di adottare provvedimenti, fare nomine e perfino incidere su scelte fondamentali per la Repubblica, come l’elezione del Presidente della Repubblica, senza avere un corrispondente consenso reale nel corpo elettorale. Il voto ci dice che non servono – o meglio, che non sono possibili in questo momento – nuove proposte di riforma elettorale. È invece il momento di tornare alla politica, guardando al bene del Paese, dell’Europa e del mondo intero. Questo voto esige una risposta politica onesta, non trucchi di comunicazione. Oggi i politici devono tornare a fare politica e cercare insieme le soluzioni migliori ai gravi problemi degli italiani e del mondo intero.