“Non c'è più nulla da chiarire” ha detto l'avvocato Arturo Cola, legale di Valter Lavitola, uscito dall'aula dopo l'udienza al Tribunale del Riesame sul caso Ranucci-Lavitola. Lo ha detto per giustificare la richiesta di domiciliari per il suo assistito a fronte di esigenze cautelari che, secondo la difesa, sarebbero ormai venute meno: nessun rischio di fuga, nessun rischio di inquinamento probatorio.
Tradotto: le prove sono cristallizzate, Lavitola non può più inquinare alcunchè, può solo attendere buono buono il rinvio a giudizio e quello che ne seguirà. La storia è chiusa. Ma, caro avvocato Cola, non sia così frettoloso.
Perché per quanto riguarda le prove, il movente e tutto il contorno della bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci i perché sono ancora molto lontani dall'essere azzerati.
Innanzitutto, è ancora tutto da chiarire se Sigfrido Ranucci abbia avuto o meno un ruolo, se fosse informato sui fatti e in che misura. Alla luce dei nuovi elementi emersi, deve essere sentito dai magistrati. Così come deve essere sentito Clesio Tavares, ancora in Camerun senza alcuna voglia di tornare apparentemente, e Natalia Potenza, la compagna (ormai ex) di Lavitola che ha definito i due come “il gatto e la volpe” e ha promesso inedite rivelazioni. C'è da chiarire se Lavitola abbia in qualche modo orientato alcune (e quali?) inchieste di Report. Se il rapporto fra i due abbia travalicato, e quanto, quello tra un giornalista e la propria fonte. Un esempio? Perché Ranucci rilascia un intervista a un giornale dello Zimbabwe sul carbon credit? Per fare un favore a Lavitola? E perché vi viene indirizzato dai legali di Lavitola in Zimbabwe? Perché poi l'intervista sparisce? Chi la fa sparire? Esisteva davvero un'inchiesta di Report sul carbon credit?
Ma poi, già che parliamo di carbon credit, cosa sa Ranucci degli affari di Lavitola in Africa? Cosa ci faceva ad ottobre a cena con Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, vertici di Urban Vision e soci di Lavitola? Perché questi mandavano soldi a Gomes Tavares? E Ranucci come ha aiutato il suo amico? Che consigli ha dato? Ma più in generale, cosa combinava in Africa Valter Lavitola? Con società dentro altre società dentro altre società. E in Sudamerica? Dove tra l'altro, dice il Corriere, pende ancora un procedimento. Chi è Sirlene? Che ci fa una succursale del carbon credit in Brasile? Gestita tra l'altro da un uomo con un passato opaco proprio a causa di questioni relative a Lavitola.
Ma ancora, da dove arrivano i soldi del faccendiere? Quei 20 milioni che aveva promesso di investire in Zimbabwe. Ma anche quelli finiti nel famoso sondaggio. Chi sono i finanziatori esteri della cosiddetta ”internazionale socialista”? Chi lo ha spinto a fare quel sondaggio? Da dove arrivano le soffiate sulla pista israeliana? E i depistaggi sull'Albania e i cantieri navali? E cosa si dicevano poi Ranucci e Lavitola nella chat sparite? Perché, senza niente da nascondere, comunicavano su Signal, un'app che cripta i messaggi.
Non sono accuse, sono dubbi, domande, elementi che non sono stati chiariti e che meritano una spiegazione. La meritano nell'interesse stesso dei protagonisti. Perché se su Ranucci continuano ad addensarsi ombre, sempre di più con il passare del tempo, è anche a causa del suo atteggiamento. Evasivo, poco trasparente, e allora le risposte servono anche e soprattutto a chiarire quello che sta urlando senza spiegare, che lui in questa storia non c'entra nulla.
Ma un perché fino ad ora non è mai arrivato. Anzi, da parte sua e di Lavitola sono arrivate versioni, smentite, controversioni, tante, troppe omissioni e contraddizioni.
Si fa presto a chiudere tutto, a glissare sul glissabile e prendersi le colpe ormai ineludibili. A fare il capro espiatorio, scaricare quel che si può su Tavares che l'Italia non la vedrà più e uscirne ripulito dopo qualche anno. Ma la verità è altro. E allora no, non è vero che non c'è più niente da chiarire. Anzi, ancora siamo molto lontani.