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Io mi vergogno di Ricardo Franco Levi, non di Rovelli

  • di Alessio Mannino Alessio Mannino

15 maggio 2023

Io mi vergogno di Ricardo Franco Levi, non di Rovelli
La Meloni non ha nemmeno più bisogno della censura: ci pensa l'autocensura di certi zelanti burocrati, a far rispettare la linea governativa. L'ultimo esempio è il tentativo di non far parlare il fisico pacifista Carlo Rovelli al Salone del Libro di Francoforte dell'anno prossimo. Autore della mossa (fra l'altro, subito rientrata con grottesca retromarcia): Ricardo Franco Levi, il commissario del governo per la Buchmesse tedesca e presidente degli editori. Un uomo del Pd. Ma soprattutto dell'establishment, bravo a galleggiare nel grigio su grigio

di Alessio Mannino Alessio Mannino

L'ultimo caso Rovelli, nel suo piccolo, è emblematico. Chiusosi in appena ventiquattr'ore con un dietrofront più comico che tragico, mette a fuoco con plastica evidenza il male sottostante alla censura: l'autocensura. E per di più, elemento politicamente significativo, da parte di pezzi dell'eterno establishment di cui, specie in Italia (E non solo in Italia), ci si libera solo in virtù della dea Anagrafe. A farsi promotore del tentato benservito al fisico pacifista, che ha la malagrazia di intervenire pubblicamente sulla guerra in Ucraina, è stato un signore che di nome fa Ricardo Franco Levi. Detto che i doppi cognomi dovrebbero sempre indurre a un certo sospetto, la biografia del commissario governativo per il Salone del Libro di Francoforte 2024, nonché presidente dell'AIE (l'associazione editori), esemplifica tutto un mondo di vita e un modo di procedere.

Carlo Rovelli
Carlo Rovelli

Nato giornalista, fondatore nel '91 del quotidiano L'Indipendente (che sotto la sua direzione era interessante come la carta da parati, ci volle il Vittorio Feltri non ancora berlusconizzato per farlo decollare), è grazie a Romano Prodi prima, e a Walter Veltroni poi, che spicca il volo in politica: il primo lo sceglie come portavoce sia nel suo primo governo sia nella presidenza della Commissione Ue, lo fa eleggere parlamentare con l'Ulivo, se lo porta dietro nominandolo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel suo secondo esecutivo (con strategica delega all'informazione ed editoria), dopodiché viene ripescato da Veltroni, primo segretario Pd, come portavoce del partito, poi logicamente rieletto in parlamento, dove per lo meno si dà da fare per legiferare a favore del prodotto-libro, con una legge a lui intestata definita "ammazza- Amazon" - quanto l'abbia ammazzato, Amazon, lo si è visto... Dal 2017 presiede, come detto, l'associazione degli editori italiani, ed è in questa veste, o meglio sotto pressione dei grandi editori che hanno capito la malaparata, che ha fatto retromarcia rispetto alla lettera in cui, in un piccolo capolavoro di acrobazie e ipocrisie, invitava Rovelli al passo indietro, perché avrebbe potuto creare "imbarazzo". A chi? A un Paese, il nostro, cioè al suo governo allineatissimo alla Nato sull'Ucraina, guerrafondaio e atlantista come pochi altri in Europa (anche se finora, a differenza perfino della più cauta Germania, secondo Zelenskij abbiamo foraggiato poco: l'ometto in divisa pretende di più per la controffensiva, di qui il tour nelle capitali europee).

Il presidente ucraino Zelensky
Volodymyr Zelenskij

Meloni e i suoi, questa volta almeno di sicuro, non hanno premuto per censurare. Per il semplice fatto che Franco Levi non ne aveva bisogno, incarnando piuttosto bene la figura del funzionario omologato: omologato, si capisce, al potere. Personaggio sbiadito, che non dà biada, senza contenuti, pauroso di gestire difficoltà e intoppi che avrebbero potuto rendere la vita difficile a lui, sottolineato a lui, in vista della Buchmesse francofortese (la prima fiera libraria d'Europa, mica bruscolini), Ricky, come lo chiamano gli amici fra cui Gad Lerner, ha fatto con scatto pavloviano quel che fanno i tipi come lui: correre a pararsi le terga, incorrendo però in uno zelo più realista del re su cui rischiava di capitombolare subito. Insomma, ha fatto tutto da solo. Stiamo parlando, questo va detto allargando bene gli orecchi di sinistra, di uno che forse solo per ragioni di età o, meglio, del ruolo in cui pare ben sistemato, gli amici di sinistra non si ritroverebbero a dover applaudire su qualche futuro palco assieme a Schlein e compagnia. Parliamo di un galleggiatore di untuosa prudenza, schiatta prolificissima e solitamente munita di paracadute pronto uso. Parliamo di uno di quelli che non si dimettono mai, perché giustificano ogni ruffianeria e ogni vigliaccheria con la scusa premurosa della "serenità" d'ufficio cui sono preposti, una "responsabilità" da difendere e mantenere sacrificando i sacri ideali di libertà, democrazia eccetera che, pure, hanno sempre in bocca. Parliamo di un officiante lui sì imbarazzante. Io non mi vergogno di Rovelli. Io mi vergogno di Ricardo Franco Levi, e di tutti i Ricardo Franco Levi che ammorbano l'Italia.

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