Segnaliamo ai nostri lettori che i concetti trattati nelle righe seguenti potrebbero non essere adatti a chi è particolarmente sensibile al politicamente corretto.
Spiegare cos’è il “divorzio alpino” richiede una certa dovizia di particolari e un approccio tutt’altro che indelicato. Si tratta di un fenomeno diventato virale sui social, tra video e testimonianze, che raccontano una dinamica ricorrente nelle relazioni.
Il cosiddetto “divorzio alpino” consiste nell’abbandonare la partner durante un’escursione in montagna. Secondo numerosi racconti condivisi su X e TikTok, alcune donne si sarebbero ritrovate sole lungo il percorso, lasciate indietro da compagni impazienti o poco attenti, in situazioni talvolta anche rischiose. Questo comportamento viene spesso collegato al tema della “mascolinità tossica”.
Le testimonianze descrivono scenari simili: una coppia parte insieme, ma con l’aumentare della fatica emergono differenze di ritmo e tensioni, fino al momento in cui l’uomo prosegue lasciando indietro la partner. In molti casi, le donne coinvolte si dichiarano meno esperte e quindi più vulnerabili, anche per la dipendenza dall’esperienza del compagno.
Tra i casi più noti, quello raccontato da Maya Silver, che ha condiviso sui social la sua esperienza durante un’escursione in Colorado, dove si è ritrovata sola, senza acqua e in preda al panico. La donna è riuscita a documentare il dramma e a pubblicare il video su Tik Tok. Non mancano episodi più gravi: in Austria, un uomo è stato condannato per omicidio colposo dopo aver lasciato la compagna in difficoltà, poi morta per il freddo. La Corte lo ha ritenuto negligente per aver rifiutato i soccorsi dell’elicottero.
Il dibattito resta acceso. C’è chi legge il fenomeno come espressione di dinamiche di genere e chi, invece, rifiuta l’idea di una vulnerabilità femminile generalizzata. Alcune voci, come quella della scrittrice Blair Braverman, rivendicano autonomia e resilienza anche in contesti estremi.
Il termine, tuttavia, non è nuovo: compare già nell’Ottocento nel racconto An Alpine Divorce di Robert Barr, in cui un uomo tenta di uccidere la moglie durante una gita in montagna. Dal passato alla contemporaneità: oggi, molte donne interpretano questo fenomeno come l’ennesima manifestazione di squilibri relazionali, arrivando in alcuni casi a definirlo un nuovo #MeToo.
Il disagio di chi viene lasciato in situazioni di vulnerabilità è reale e merita attenzione seria, proprio per questo rischia di essere banalizzato quando ogni episodio viene trasformato in un’etichetta virale.
Gli episodi sono senz’altro spiacevoli e il minimo sarebbe esprimere solidarietà a chi ha vissuto un’esperienza simile, ma siamo sicuri che sia necessario catalogarli all’interno di un unico fenomeno e addirittura creare una nuova nomenclatura? Questa sembra piuttosto un’ossessione che imperversa sui social da qualche anno: dare un’etichetta quasi clinica a comportamenti ottusi e trasformarli in casi di Stato.
Tra narcisisti patologici, personalità evitanti, borderline e ogni altra definizione presa in prestito dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, negli ultimi tempi pare essersi avviata una gara inarrestabile tra chi pretende di saperne di più su psicologia e violenza di genere. Una proliferazione di fenomeni individuati, denominati e “inglesizzati” che finisce per alimentare allarmismo e un certo clima di sospetto in una società già piuttosto sensibile.
Quella dei “divorzi alpini” è solo l’ultima espressione di questa tendenza, e difficilmente sarà l’ultima.
Potrebbe sorgere il dubbio che, più che analizzare davvero i comportamenti e le responsabilità individuali, si preferisca ricorrere alla “victim card” per ottenere una facile legittimazione sui social. Il sospetto è che la sofferenza venga talvolta utilizzata come leva per generare engagement.
I “piagnistei social” non hanno mai prodotto grandi risultati e rischiano, anzi, di favorire una certa disumanizzazione.
Condividere emozioni online è gratuito, ma a quale prezzo? Per citare The Social Dilemma: “Se non paghi, il prodotto sei tu”. Lo sharing emotivo non ha un costo economico, ma svende le emozioni di chi lo sceglie. D’altronde i social non sono un centro d’ascolto, ma piattaforme progettate per catturare attenzione e trattenerla il più a lungo possibile. In questo meccanismo, anche le emozioni finiscono per essere semplificate e trasformate in contenuti, amplificate e messe in circolo non per essere comprese, ma per generare reazioni e coinvolgimento.
Questo non significa mettere in discussione il disagio di chi viene abbandonato, ma la tendenza a creare categorie sempre nuove rischia di indebolire la credibilità del problema dell'abbandono in generale. Chi vive queste esperienze ha bisogno di supporto concreto, che sarebbe consono richiedere nelle sedi opportune. Di certo le reazioni emotive e il pietismo online non sono funzionali all’elaborazione del trauma.
Inoltre, l’ossessione di dare un nome a comportamenti discutibili denota una certa mania di controllo, oltre al fatto che complica semplificando: un disastro terminologico!
Allora, in un contesto in cui ogni comportamento sembra pretendere un’etichetta, qualcuno potrebbe chiedersi: se esiste il “divorzio alpino”, perché non parlare anche di un ipotetico “divorzio marittimo”? Oppure potremmo tornare a chiamare le persone scorrette con un unico, universale e decisamente più efficace termine: stron*o.