Jacques e Jessica Moretti non hanno spento il fuoco, ma adesso pretendono di spegnere la memoria. Il motivo? Sempre lo stesso: salvarsi. Salvarsi la pelle e la faccia sulla pelle di chi una pelle non ce l’ha più e la faccia alla faccia di chi una faccia ce l’ha ancora, ma devastata dalle lacrime. Il tutto nelle stesse ore in cui s’è diffusa la notizia, a un mese dall’incendio del bar Le Constellation, che le vittime sono salite a 41 con la morte di Alexis Bollag, 18 anni, deceduto a Zurigo dopo settimane di agonia per le ustioni e per un’infezione contratta in ospedale. Ecco, è in questo scenario ulteriormente devastato, con un morto in più da piangere, che ci tocca raccontare di una richiesta che lascia interdetti: l’istanza presentata dalla difesa di Jacques Moretti per oscurare il sito creato dall’avvocato Romain Jordan. Si tratta di una piattaforma pensata per raccogliere foto, video e testimonianze sulla notte di Capodanno. Sì, è un tentativo netto di spegnere una fonte di memoria e di prova. Che, questa volta con del sano buon senso, è stato già respinto dalla Procura di Sion senza esitazioni. Per i magistrati vallesani la legge svizzera non vieta alle parti di raccogliere elementi da sottoporre all’autorità giudiziaria, né la piattaforma rappresenta un rischio di inquinamento probatorio o di condizionamento dei testimoni, che restano anonimi e liberi di rivolgersi anche direttamente alla polizia.
La pretesa dei Moretti, oltre che inaccoglibile per la magistratura, è giustamente apparsa inaccettabile soprattutto alle famiglie, che da settimane convivono non solo con il lutto e con i feriti ancora ricoverati, ma anche con problemi concreti: spese mediche, viaggi continui tra ospedali, lavoro sospeso, aiuti promessi e arrivati con lentezza esasperante. Mentre il Cantone fatica a liquidare i primi indennizzi, gli avvocati delle vittime parlano già di danni potenziali per centinaia di milioni di franchi e non escludono azioni legali anche fuori dalla Svizzera. Con il clima che, intanto, si fa sempre più pesante. Da Massimo Giletti, a Lo Stato delle Cose, i genitori di una delle vittime hanno lanciato un avvertimento agghiacciante: “Chi farà il nome di chi ha pagato la cauzione per Moretti sarà in pericolo”.
Duecentomila Franchi versati da un benefattore rimasto anonimo – ecco, la garanzia dell’anonimato è la vera questione inaccettabile - per consentire al gestore del locale di uscire dal carcere. Un nome che, da quanto lasciato intendere da quei due genitori (che hanno più volte ringraziato l’Italia per tutto quello che sta facendo), tutti conoscono, ma nessuno pronuncia. A pagare la cauzione è stato qualcuno che sarebbe legato a reti di potere e denaro capaci di condizionare il Cantone. Parole gravi, dette sì con la disperazione di chi piange un figlio, ma pure con la convinzione che quella notte i ragazzi siano stati non vittime di una triste tragedia, ma di un vero omicidio, visto che le uscite erano bloccate, i soffitti non a norma e i controlli assenti da anni.
Le indagini intanto si allargano, come raccontato sempre ieri a Lo Stato delle Cose: oltre ai coniugi Moretti, risultano indagati anche due funzionari comunali per la sicurezza. Ma la percezione è comunque quella di totale sfiducia. Da qui, sempre da parte di quei due genitori, che però sembrano interpretare, di fatto, il pensiero di tutti i familiari delle vittime, l’accusa più pesante: finché l’inchiesta resterà confinata a livello locale, con giudici e funzionari che appartengono allo stesso tessuto sociale, la verità rischia di restare intrappolata in “una Svizzera che non conosce omertà, ma sistemi di amicizie”. Insomma, non si tratta più di chiedere solo giustizia, ma, a questo punto, anche protezione.