La legge è legge anche quando non piace. Anche quando fa male. Anche quando lascia addosso una sensazione di inaccettabile: Jacques Moretti è libero. Libero secondo le regole. Libero secondo un sistema che prevede la cauzione e che distingue tra colpevolezza e custodia cautelare, in barba al pentimento ma in nome delle garanzie. Tutto corretto. Tutto ineccepibile. Solo che la sintesi umana resta una: un presunto assassino esce, i morti restano sotto terra e nei ricordi. Fine della notizia e inizio del problema. Perché il punto non è che Moretti sia uscito, ma “come”. E’ uscito continuando a parlare. E’ uscito continuando a deresponsabilizzarsi. E’ uscito provando a spiegare. A giustificare. A spostare il peso. Senza chiedere mai veramente scusa, senza fermarsi e senza dare mai l’impressione di portare addosso fino in fondo ciò che è successo. È questo che rende la libertà così difficile da digerire: non il garantismo (che è sacro e sacrosanto sempre), ma l’assenza di percezione di una propria responsabilità umana. Sia in Moretti, sia nella Svizzera. Certo, la legge non lo chiede, ma il dolore?
Qui entra in scena l’Italia. Il richiamo dell’ambasciatore è un gesto doveroso. Inevitabile. Ma anche — diciamolo — oscenamente simbolico. Troppo simbolico. Una mossa che serve a dire “ci siamo”. E basta. Senza incidere minimamente su ciò che brucia ancora davvero oltre i corpi di chi non c’è più e di chi sta lottando per esserci ancora. Perché se c’era una cosa che l’Italia avrebbe dovuto pretendere, con tutta l’autorevolezza possibile, era una sola: il nome di chi ha pagato quella cauzione. Non per vendetta. Non per gogna. Ma per dignità. Se la legge svizzera consente che un uomo accusato di una strage torni libero pagando, un Paese ferito — che ha seppellito i suoi ragazzi — ha il diritto di guardare in faccia chi ha reso possibile quella libertà. Di sapere chi è l’imprenditore che ha tirato fuori i soldi. Chi ha deciso di intervenire. Chi ha scelto di esserci attraverso quella che per la legge sarà pure una “banale” transazione legale, ma he è prima di tutto un gesto morale che produce conseguenze enormi. Sul piano umano. E pure sul piano diplomatico. Anonimato, silenzio, copertura: coì sembra la mafia italiana invece della legge svizzera.
Quell’uomo a cui la Svizzera ha concesso l’anonimato ha pagato e poi s’è dissolto. Come un piromane che incendia e scappa. Ma difeso da un sistema che, di fatto, ha detto “va bene così”. E no, cazzo, non va bene così! Perché quando chi mette i soldi può nascondersi, la domanda smette di riguardare Moretti e comincia a riguardare tutto il contesto che lo circonda. E non è più solo una questione interna alla Svizzera. Sì, a quella Svizzera così attenta alla trasparenza, così fiera della propria pulizia, che avrebbe potuto dire una cosa semplice: ‘ok, la legge lo consente, ma mettici la faccia’. Non lo ha fatto. E allora il dubbio viene forte, sospeso e sgradevolissimo: Crans Montana è diventata una storia scomoda? Una di quelle storie che rischiano di scrostare l’immagine di un Paese dove i soldi girano veloci e, a volte, troppo silenziosamente?
Forse è tutto regolare. Forse è tutto legale. Ma quando legalità e umanità si separano così nettamente, qualcosa si rompe e a Crans Montana oggi non c’è solo un uomo libero, ma una giustizia che ha fatto il suo dovere formale e ha smesso di farsi domande. E ci sono dei morti che restano dentro. Dentro le famiglie. Dentro un Paese che guarda e sente che, questa volta, “richiamare l’ambasciatore” è dannatamente sinonimo di “ci tocca ingoiare”. Senza responsabilità, senza volti, senza nomi. E con il serio sospetto che, in fondo, capire chi sono davvero Jacques e Jessica Moretti, da dove sono arrivati, con quali denari e, soprattutto, con quali amicizie, in fondo non convegna a nessuno scoprirlo. Nemmeno a un Paese, l’Italia, che, mentre richiama un ambasciatore, non fa niente per vomitare quello che ha dovuto ingoiare.