Solo pensare che possa restare “anonimo” è già una concessione di troppo. Perché se - nel bel mezzo di un’inchiesta che ha gli occhi del mondo addosso e che riguarda una delle più gravi stragi avvenute in Europa in un locale notturno - spunta un “caro amico” pronto a versare 400 mila franchi svizzeri per tirare fuori dal carcere Jacques Moretti e alleggerire le misure cautelari della moglie Jessica, l’anonimato non è una garanzia: è un problema. Anzi: è il problema. E pure enorme. Altro che tutela della privacy. Se davvero un imprenditore, o comunque un soggetto economicamente solido, è disposto a mettere sul piatto quasi mezzo milione di euro per due persone formalmente senza reddito, con immobili ipotecati per oltre un milione e attività ferme, allora l’indagine deve fare un salto di qualità. E farlo subito. Signori, non si tratta solo di stabilire responsabilità penali per una notte di follia e negligenza culminata nella morte di 40 persone e nel ferimento di 116 ragazzi, molti dei quali minorenni. Qui si tratta di capire chi sono davvero i Moretti. Che rete avevano intorno. Quali interessi ruotavano attorno a LeConstellation e se quella discoteca non fosse solo l’ultimo anello di una catena molto più torbida. E, soprattutto, quanto la “pulita Svizzera” sia pulita veramente. Su MOW, prendendoci anche parecchie critiche, abbiamo predicato da subito il garantismo. E pure la fiducia verso un Paese che avrebbe sentito la responsabilità di quello che era successo. A distanza di giorni, però, sembra che le cose stiano diversamente. E che tante, troppe cose, continuano a non filare secondo logica. Secondo buon senso. Secondo rispetto.
La Procura del Vallese ha quantificato la cauzione in 200 mila franchi a testa (430000 euro in totale) per Jacques e Jessica Moretti, motivandola con l’assenza di redditi e con una situazione patrimoniale tutt’altro che florida dei due. Una cifra che fa a cazzotti con le prime indiscrezioni su cauzioni milionarie e la vita da principi che quei due conducevano. La facilità con cui, poi, almeno stando agli atti, sarebbe stato trovato qualcuno disposto a pagarla, fa pure sentire un pessimo odore che si aggiunge a quello, già tristemente pesantissimo, della morte. Basta? No, perché addirittura l’avvocato dei Moretti ha chiesto per questo “benefattore” misure di protezione, evocando “spiacevoli conseguenze” per chi osi aiutare la coppia. Signori, siamo alla retorica della coppia di ristoratori travolti dal destino in un’insolita notte a cavallo tra due anni. Ma scherziamo?
Tra l’altro, le testimonianze dei camerieri smentiscono punto su punto la versione dei titolari. Jessica Moretti – che non ha perso occasione per prendersela proprio con il personale di sala, ribadendo che non era autorizzato a utilizzare i bengala – è in verità l’esatta persona che avrebbe ordinato i travestimenti, imposto il modo di servire, filmato la scena e partecipato attivamente a quell’uscita “pirotecnica” che ha trasformato il soffitto del locale in una trappola di fuoco. Insomma, la storia è nota e pure evidente, qui non si tratta di essere forcaioli: norme antincendio ignorate, personale non formato, nessun avvertimento sui rischi. E poi la fuga precipitosa “cassa sotto al braccio”, giustificata con l’istinto di andare dai figli, mentre altri cercavano di dare una mano e salvare ragazzi che stavano letteralmente bruciando. Ok le leggi, l’ordinamento e la possibilità di cauzioni laddove le norme le prevedono. Ok tutto, ma 430000 euro? Sia inteso, è una cifra fissata, ma non è detto che il Tribunale la accetterà. E – almeno si spera – se le accetterà e libererà i due, allora si arriverà senza curve a un enorme incidente diplomatico con Francia, Italia e con tutte qeuelle nazioni che hanno perso loro cittadini in quell’inferno.
Anche perché c’è in piedi pure l’accusa di somministrazione di alcol a minori di 16 anni in quantità tali da comprometterne le capacità di reazione. Un’accusa che, se confermata, potrebbe spostare l’asse dell’inchiesta e le imputazioni stesse. E qui si innesta l’altro grande buco nero di questa vicenda: la gestione delle autopsie. Ritardi clamorosi, incarichi conferiti quando i funerali erano già organizzati, salme sequestrate all’ultimo minuto, certificati di morte senza indicazione della causa del decesso. La procura svizzera che si accorge tardi di non aver disposto esami fondamentali, mentre telefoni e computer dei Moretti restano nelle loro mani per giorni, con tutto il tempo necessario per cancellare video e costruire una versione difensiva a fronte di 430000 euro pagati da qualcuno che pretenderà pure di restare anonimo e che “sarebbe da proteggere”. Eddai, su!
L’atteggiamento della Svizzera, al di là delle leggi e di come la magistratura elvetica le applica e su cui, chiaramente, nessuno può e deve discutere, comincia a essere sospetto. Non sarà che l’immagine perfetta avuta per decenni nasconda, in realtà, un radicato sistema di superficialità, protezioni e interessi incrociati? E’ una domanda che si fa legittima davanti ai fatti e, a questo punto, anche davanti alle reazioni. Soprattutto dopo aver appreso, in queste ore, che la decisione della Svizzera di cancellare eventi ufficiali a Milano e Cortina legati alle Olimpiadi invernali. Suona come uno sgarbo istituzionale, mascherato da prudenza diplomatica. Profilo basso, dicono. Ma il messaggio che passa è un altro: stizza per le reazioni del mondo davanti alle notizie che arrivano da Crans Montana. Evitare l’imbarazzo. Non affrontare fino in fondo le critiche. Chiudersi risentiti anche verso l’Italia. Facendo finta di non ricordarsi che tra le vittime ci sono anche sei ragazzi italiani e che una quindicenne lotta ancora in un ospedale di Zurigo. Nomi e cognomi (e famiglie) a cui si deve rispetto, molto più di quanto se ne vorrebbe riservare a chi “potrebbe restare anonimo”.