L’ex capitano, ora colonnello in pensione, Gennaro Cassese, ha consegnato alla cronaca giudiziaria un termine: “cappellate”. E’ la parola che ha usato per provare a banalizzare i tanti errori fatti durante le indagini per l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Errori che in alcuni casi avrebbero potuto chiamarsi orrori e che si sono contati a decine negli oltre diciotto anni che sono passati da quel 13 agosto del 2007 in cui nella villetta di via Pascoli si consumò l’efferato delitto. Ma se alla nebbia di Garlasco ci avevamo ormai fatto l’abitudine, imparando a usare quella parola, “cappellate”, come qualcosa su cui poter ironizzare pure, adesso tocca scoprire che la nebbia – e tanta – sta pure in Svizzera. Perché all’inchiesta sulla strage di Capodanno, quaranta morti e centosedici feriti, le cappellate cominciano a essere decisamente troppe anche per chi ha sempre avuto piena fiducia nella giustizia svizzera: ritardi, omissioni e scelte strane. In Svizzera la giustizia non sbaglia, ci siamo sempre detti, solo che, se arriva quando non serve più, anche il “non sbagliare” diventa poco. E imbarazzante.
A quasi un mese da quella maledetta notte, dalle carte emerge un quadro che inquieta più di quanto rassicuri: beni sequestrati con due settimane di ritardo, rogatorie partite quando il tempo utile era già scaduto, telecamere di sorveglianza celebrate per anni come simbolo di sicurezza e poi rivelatesi inutili perché le immagini decisive sono state cancellate automaticamente, senza che nessuno si premurasse di salvarle in tempo. Sì,lanotizia del giorno è esattamente questa: sono stati cancellati più di 250 filmati di altrettante telecamere di videosorveglianza presenti a Crans Montana perché nessuno ha pensato di chiedere in tempo utile che quelle immagini venissero conservate. Il tutto nel territorio che vantava di avere “uno dei migliori tassi di risoluzione dei reati in Svizzera” (proprio grazie alla videosorveglianza).
La Procura di Sion, stando a quanto riporta la stampa ticinese, ha chiesto i filmati solo il 15 gennaio, quando quelli precedenti e successivi alla notte dell’incendio erano già spariti. Un dettaglio tecnico, si dirà. Ma è nei dettagli che un’indagine si regge o crolla. E' credibile o non è credibile. Come pesa, e molto, il fatto che Jacques e Jessica Moretti abbiano avuto modo di concordare la linea difensiva prima degli arresti e di assistere reciprocamente agli interrogatori. Nel pieno rispetto della legge svizzera? Certo, ma con un effetto devastante sulla percezione di trasparenza. I due hanno respinto ogni addebito diretto, puntando piuttosto il dito sui dipendenti e in particolare sulla giovane cameriera Cyane Panine, morta nel rogo. Avrebbero anche riferito di clienti che quella notte avevano con loro petardi e razzi. E non si sono fatti mancare persino un giudizio sul servizio antincendio comunale che da anni non effettuava controlli. Controlli che comunque, a quanto risulta, non ci sono stati davvero. Neanche una parola, da parte dei due, invece, su uscite di sicurezza bloccate e una gestione che non si esagera a definire disinvolta.
Eppure, fino a oggi, il Comune resta ai margini dell’inchiesta: nessun indagato, nessuna perquisizione immediata, nessun sequestro tempestivo. I legali di alcune delle famiglie delle vittime, hanno parlato di “una cricca dove tutti si conoscono, frequentano gli stessi ambienti e, forse, si proteggono a vicenda”. Parole pesanti, ma che sembrano trovare terreno fertile nelle decisioni della procura guidata da Beatrice Pilloud, finita a sua volta nella bufera per i primi passi dell’indagine e per la decisione di non nominare un procuratore straordinario. Una scelta formalmente legittima, ma politicamente e emotivamente esplosiva, soprattutto in una comunità piccola e benestante come quella del Vallese. Insomma, non basta dire che la verità arriverà: bisogna dimostrare, passo dopo passo, di volerla davvero cercare perché la verità, ad oggi, tra promesse di collaborazione internazionale e rassicurazioni istituzionali, la realtà racconta altro. E fa pensare decisamente male persino chi malizioso non è.
Gli unici segnali minimamente positivi, per ora, arrivano sul fronte sanitario: Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia, ha aggiornato sulle condizioni dei feriti ricoverati a Milano. Due sono già tornati a casa, altri stanno affrontando un lungo percorso di riabilitazione, pochi restano in rianimazione ma stanno gradualmente riprendendo conoscenza. “Non possiamo ancora dire che siano tutti fuori pericolo - ha spiegato – ma continuiamo a garantire l’impegno straordinario del personale sanitario”. È l’unico ambito, al momento, in cui la parola “fiducia” non suona male.