La tappa della Coppa del Mondo di sci a Crans Montana non può essere come le altre. È l'ultima gara prima dei Giochi Olimpici, ma soprattutto riporta alla mente i fatti del 31 dicembre. La famosa località sciistica nel Canton Vallese non è più sinonimo di lusso e glamour, ma di fuoco, morte e tanti dubbi. L'incendio della notte di Capodanno al Le Constellation ha segnato un punto di non ritorno. Non solo per il dolore delle 41 vittime e dei 116 feriti, ma anche per la nebbia investigativa che ne è seguita. La fumosa figura dei due proprietari, Jacques e Jessica Moretti, e la loro scarcerazione il 23 gennaio dal penitenziario di Sion dopo il pagamento della cauzione di 200.000 franchi. Non solo uno smacco alla memoria delle vittime, ma un segnale che alimenta i sospetti su un possibile ridimensionamento delle accuse. Una partita che si è spostata anche sul piano diplomatico, fino addirittura a far arrivare Giorgia Meloni a minacciare di ritirare l'ambasciatore italiano in Svizzera. Una scelta dettata dall'esigenza “dell’avvio di un’effettiva collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Stati e all’immediata costituzione di una squadra investigativa comune affinché vengano accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità”. Via libera alla squadra investigativa comune arrivato proprio nella giornata di ieri. Lo sport è materia viva, calata nei tempi in cui si svolge. Non può dunque essere indifferente a quello che è successo a Crans Montana. Secondo il Conadi, il Consiglio Nazionale Diritti Infanzia e Adolescenza, la decisione di liberare su cauzione i Moretti rappresenta “un insulto intollerabile alla memoria delle vittime e alle famiglie di centinaia di feriti gravi, molti dei quali ancora ricoverati in condizioni critiche”. Da qui la richiesta, rivolta alla Federazione e agli atleti italiani, di non presentarsi ai cancelletti di partenza della tappa elvetica. Appello già avanzato anche da Pietro Costanzo, zio di Chiara, la ragazza di 16 anni morta nell’incendio.
Ma è giusto che a pagare siano gli atleti? Quella di Crans Montana sarà uno degli snodi principali della Coppa del Mondo per quanto riguarda gli specialisti della velocità. La terz'ultima discesa dell'anno per gli uomini, la quart'ultima tappa per le donne in discesa e Super G. Specialità dove, tra l'altro, la nazionale italiana ha i suoi assi migliori. Da Sofia Goggia, già quattro volte campionessa a Crans Montana, al giovane Giovanni Franzoni, passando per l'esperto Paris e il ritorno di Federica Brignone. Atleti che, per competere in Coppa del Mondo e anche per la tappa di Crans Montana hanno dedicato mesi di allenamento e una vita di sacrifici. Beh è giusto che in questa brutta storia ci finiscano di mezzo loro, totalmente incolpevoli? L'opzione del boicottaggio sembra solo una scelta che non può sostituirsi alle relazioni diplomatiche. Per commemorare le vittime l'organizzazione hanno già annullato da settimane il programma collaterale all'evento e non ci saranno sponsor in pista. Nello sport 4.0 di oggi è già un segnale forte. Gli atleti italiani scenderanno in pista poi con il lutto al braccio. Non è indifferenza, è presenza. L'Italia a Crans Montana c'è, non è spettatrice, non è assente. Perché la giustizia non passa dai cancelli di partenza, il silenzio di un boicottaggio non restituirà le vittime e non può essere lo sport a pagare al posto di chi deve rispondere davanti ai tribunali.