5500 è il numero del fascicolo. 50, invece, è quello delle pagine del decreto firmato dal pubblico ministero Giancarlo Mancusi con cui l’inchiesta sulla profanazione della tomba di Pamela Genini cambia profondamente prospettiva. Prima c’era la ricostruzione di un fatto— la violazione del sepolcro e la sottrazione della testa della donna assassinata nell’ottobre 2025 — ora c’è un’indagine che si arricchisce di un atto (di cui siamo entrati in possesso) che indica con maniacale dettaglio ciò che gli investigatori ritengono possa ancora esistere. Nascosto da qualche parte. Il decreto di perquisizione e sequestro eseguito nei confronti di Francesco Dolci è la fotografia dello stato delle indagini al 6 maggio 2026 e racconta, riga dopo riga, quali elementi abbiano portato la Procura di Bergamo a considerare non più neutrale la posizione dell’uomo che per mesi si è presentato come uno dei principali interpreti pubblici della vicenda Pamela Genini.
Gli inquirenti partono da un dato oggettivo. Il 23 marzo 2026, durante le operazioni di traslazione del feretro nel cimitero di Strozza, emergono anomalie incompatibili con una normale sepoltura. Il mastice utilizzato non corrisponde a quello originario. Le viti risultano manomesse. La bara di zinco presenta un taglio netto e preciso. Quando il coperchio viene rimosso, la scoperta è sconvolgente: mancano il cranio, il collo e gli ornamenti che accompagnavano la salma, in particolare il diadema fotografato prima della chiusura della bara. Da quel momento prende forma un’indagine che esplora moventi, relazioni personali e possibili responsabilità. Tutto rigorosamente narrato in TV. E è qui che emerge con forza il nome di Francesco Dolci. Nel decreto vengono ricostruiti anni di rapporti tra Dolci e Pamela Genini. La Procura evidenzia come il racconto fornito dall’indagato su una presunta relazione sentimentale intensa e reciproca sia stato smentito, secondo gli atti, da familiari, amici e conoscenti della vittima. Le testimonianze raccolte descrivono invece una frequentazione breve e sbilanciata, alla quale avrebbe fatto seguito un atteggiamento che diversi testimoni definiscono ossessivo. Invasivo. Costante. Ma sono soprattutto i comportamenti successivi alla morte di Pamela Genini a destare sospetti. Gli investigatori analizzano una lunga serie di denunce presentate da Dolci, molte delle quali riconducibili all’ipotesi da lui sostenuta di organizzazioni criminali interessate alla vicenda. Una pista che, scrive la Procura, non avrebbe trovato alcun riscontro concreto. Al contrario, proprio l’insistenza su questo scenario viene considerata dagli inquirenti un elemento da approfondire.
Il centro di tutto, però, è l’analisi delle immagini di videosorveglianza e dei tabulati telefonici. I carabinieri documentano numerosi accessi di Dolci al cimitero di Strozza nei giorni immediatamente precedenti alla scoperta della profanazione. Uno di questi avviene addirittura alle due del mattino del 18 marzo. Altri si susseguono il 20, il 21, il 22 e il 23 marzo. Particolare attenzione viene riservata alle visite del 22 e del 23 marzo. Secondo la ricostruzione investigativa, Dolci osserva ripetutamente una specifica porzione della lapide, proprio dove erano presenti tasselli, silicone e altri elementi ritenuti estranei all’installazione originaria. Il giorno della scoperta della profanazione, quando la notizia non era ancora pubblica, torna nuovamente davanti alla tomba e fotografa quella stessa zona. Per la Procura si tratta di un comportamento che merita approfondimenti. Soprattutto perché, pur avendo notato quelle anomalie, Dolci non le segnala immediatamente agli investigatori. Da qui nasce la decisione di perquisire abitazione, pertinenze, veicoli e dispositivi elettronici. Che cosa cercano ora gli inquirenti? Il decreto lo dice in modo impressionante per precisione. Ovviamente, anche se dirlo è quasi banale, cercano le parti anatomiche asportate dal cadavere: il distretto testa-collo o qualsiasi residuo riconducibile ad esso. Poi il diadema, eventuali collane, corone del rosario o altri ornamenti che accompagnavano la salma. Ma non solo.
La Procura, nello stesso documento, autorizza infatti la ricerca di strumenti compatibili con l’apertura del loculo e della bara: flessibili, smerigliatrici, seghetti, cesoie, lame, tasselli, siliconi, mastici, materiali da sigillatura. Vengono indicati anche contenitori, sacchi, teli, taniche e qualsiasi oggetto potenzialmente utilizzabile per il trasporto o l’occultamento dei resti. Particolarmente significativa è poi la parte dedicata ai dispositivi digitali. Soprattutto ora che Dolci ha ritrovato – e consegnato – il famoso smartphone bianco che era sparito fino a qualche giorno fa. Gli investigatori, indicando le esatte parole chiave delle ricerche, intendono verificare eventuali ricerche sul funzionamento dei loculi, sull’apertura delle bare zincate, sul taglio di lamiere metalliche, sulla conservazione di resti umani e sui possibili luoghi di occultamento. L’attenzione si estende alle cronologie di navigazione, ai dati di geolocalizzazione, alle fotografie, alle mappe consultate e alle comunicazioni eventualmente intercorse con terzi. L’impressione che emerge dalla lettura integrale dell’atto? La Procura non afferma che Francesco Dolci sia l’autore della profanazione. Quello spetterà eventualmente al resto delle indagini e, soprattutto, al processo. Ma ritiene che gli elementi raccolti siano sufficienti per ipotizzare che possa detenere cose o tracce pertinenti ai reati contestati. E è questa la vera notizia contenuta nel decreto.