Ci sono stati due uomini nella vita di Pamela Genini, la ventinovenne uccisa a Milano nell'ottobre del 2025. Sono gli stessi due uomini che ora gravitano attorno alla sua morte. Una storia di vittime e carnefici. Due sono chiari, la vittima è Pamela, uccisa - come ha stabilito la relazione finale dell'autopsia - da settantasei coltellate. Una storia che non finisce con la tragica morte, ma che continua in un cimitero di paese in provincia di Bergamo. Una bara aperta per caso, con una testa che non c'è più. Il 23 marzo scorso, al cimitero di Strozza — il paese dove Pamela era nata e dove è stata sepolta — la tomba viene aperta per un normale trasferimento del feretro. Quando i responsabili sollevano la lastra e incidono la parte laminata interna della bara però, trovano l'orrore: qualcuno ha decapitato il cadavere della ragazza. Il taglio sulla lamiera viene descritto come “netto e certosino”. Chi ha agito ha poi rimesso tutto in ordine, sigillando la tomba senza lasciare tracce esterne. Se non ci fosse stato quel trasferimento programmato, non si sarebbe mai saputo niente.
C'è poi il carnefice, l'ex compagno Gianluca Soncin, oggi in prigione e ritenuto dagli inquirenti l'assassino. Per lui la procura ha chiesto il giudizio immediato, saltando l'udienza preliminare, e ora rischia l'ergastolo. Secondo la procuratrice aggiunta Letizia Mannella e la pm Alessia Menegazzo, il delitto sarebbe aggravato da premeditazione, crudeltà, futili motivi, vincolo affettivo e atti persecutori. C'è infine una figura che naviga in una zona grigia. È l'altro uomo della vita di Pamela Genini, l'imprenditore Francesco Dolci. Era lui che la ragazza aveva chiamato al telefono poco prima di essere uccisa. Da quel giorno, Dolci non ha mai smesso di presentarsi dai carabinieri - anche quando non lo convocavano. Ci è andato il giorno dopo l'omicidio, a Pasqua, a Pasquetta, il giorno dopo ancora. “Io sono il testimone chiave del delitto”, ripete. E ora: “Sono la memoria vivente di Pamela”.
Non risulta indagato, ma nelle ultime ore è stato ascoltato per sei ore dai carabinieri per sommarie informazioni testimoniali, insieme a un pool che comprendeva anche uno psicologo militare. Poi è toccato ai suoi genitori, sentiti fino all'una di notte. Un totale di nove ore. Durante l'audizione - racconta - si è parlato delle persone che gravitavano attorno alla vita di Pamela e delle minacce che lui stesso avrebbe ricevuto di recente. Sotto la lente anche il suo smartphone: Dolci aveva fotografato la lapide della ragazza, documentandone lo stato di incuria, e aveva fatto girare quelle immagini tra le amiche di lei e gli inquirenti. Ed è proprio riguardando quelle foto che Dolci dice di aver notato qualcosa: tra un'immagine del 13 gennaio e una del 14 febbraio, una delle viti della lapide di plastica risulta in una posizione diversa. “Devono aver agito in quel lasso di tempo”, sostiene.
Dolci si presenta come un'altra vittima. Da novembre ad oggi, ha presentato ventotto denunce: aggressione, violazione di domicilio, diffamazione. Racconta di essere stato pedinato, minacciato, di aver trovato la sua auto aperta nel parcheggio della Procura di Bergamo, di torce che girano nel bosco vicino a casa sua, di telecamere bruciate, di essere stato aggredito quattro volte, referti alla mano. Ha anche cambiato casa: “Faccio una vita da recluso”.
Il motivo di tanta pressione, secondo lui, sarebbe legato a quello che sa su Soncin: “Lui usava Pamela come copertura per tanti viaggi anche nell'Est Europa per un giro di riciclaggio di denaro”. Dolci sostiene di aver assistito a telefonate e letto messaggi in cui se ne parlava. Ora Soncin è in prigione, ma i presunti complici sarebbero rimasti liberi. “Hanno paura che io scoperchi il vaso di Pandora”, dice, poi annuncia:“E presto lo farò”.
C'è però chi lo accusa di essere carnefice. Secondo qualcuno sarebbe lui il macabro committente della decapitazione. “Dev'essere gente che ho già querelato per altri reati” respinge. Dicono sia ossessionato da Pamela, ma lui risponde: “ Sono gli altri che sono ossessionati da me. Dal 14 ottobre sono schierato dalla parte della legge mentre altri sanno ma non parlano. Io sono la memoria vivente di Pamela, sono tutto quello che resta”. Due uomini, due destini e in mezzo una verità che gli inquirenti stanno ancora cercando di ricostruire.