C'è una casa, a Bergamo, che sembra custodire segreti uno sotto l'altro. Letteralmente. L'abitazione di Francesco Dolci, l'ex fidanzato di Pamela Genini — la donna trovata morta e poi decapitata nella sua stessa tomba — si rivela ogni giorno più enigmatica, come se il suolo che la sorregge continuasse a cedere, aprendo voragini nuove sotto i piedi degli investigatori. C'è praticamente una casa parallela, sotterranea, un insieme di spazi segreti nascosti sotto il pavimento di casa Dolci.
Dopo la prima botola, individuata dall'inviato di Chi l'ha visto Giuseppe Pizzo e al cui interno era stato rinvenuto un capello biondo, è emersa ora l'esistenza di un secondo passaggio sotterraneo. A rivelarlo è stato lo stesso Dolci: una botola interna, nascosta sotto le tavole del parquet del soggiorno, che comunica direttamente con quella esterna già nota agli inquirenti. La rivelazione è avvenuta durante i controlli seguiti al ritrovamento del capello, nella giornata di giovedì, quando gli investigatori si sono precipitati nell'appartamento per nuove verifiche. Ma la storia non si è fermata lì.
In compagnia dell'inviata di Ore 14, Francesca Pizzolante, Dolci ha riaperto la botola davanti alle telecamere. E da quel buco nel pavimento è emerso qualcosa di nuovo: un sacchetto, che all'interno conteneva “fogliame e materiale di scarto”. Un dettaglio apparentemente banale, se non fosse per quello che Dolci ha subito dichiarato: giovedì, quando la casa era stata ispezionata, quel sacchetto non c'era. Qualcuno lo aveva messo lì dopo. O almeno, così sostiene lui.
Gli investigatori sono stati immediatamente ricontattati per un nuovo sopralluogo. Le domande si moltiplicano: si tratta di un segnale, di un avvertimento lasciato da qualcuno che conosce la casa e i suoi accessi? O è una messinscena costruita dallo stesso Dolci, in un tentativo maldestro di depistare o di alimentare ipotesi alternative?
Per ora non ci sono risposte, nel frattempo Francesco Dolci rimane il fulcro attorno a cui ruota l'intero dibattito pubblico e mediatico sulla morte di Pamela e sulla successiva, agghiacciante, profanazione della sua salma. Questa mattina l'imprenditore è tornato, per l'ennesima volta, di sua sponte negli uffici della Procura di Bergamo, questa volta per parlare della presunta pista di riciclaggio.
Sempre in Procura, nelle scorse ore, sono state sentite tre persone vicine a Pamela: due amiche e un amico. Uscita dagli uffici giudiziari, una di loro, Elisa, ha rilasciato dichiarazioni che risuonano come un ritratto psicologico netto e senza sconti: "Io non so niente del presunto giro di riciclaggio", ha detto davanti alle telecamere. "Quantomeno, Pamela non me ne ha mai parlato." Poi, alla domanda su chi potesse aver commesso il gesto della profanazione, Elisa non ha esitato: "Sicuramente una persona che non ha saputo gestire il distacco da Pamela. Qualcuno che doveva avere il controllo su di lei anche da morta".
Una frase che pesa. Che descrive non solo un crimine, ma un profilo: quello di chi non accetta la perdita, di chi non conosce la rassegnazione e trasforma il lutto in possesso. Rimane una supposizione di un'amica, sia ben inteso, non una sentenza di un magistrato. Una lettura umana e personale di chi conosceva la vittima e l'ambiente che le ruotava intorno. Proprio in quell'ambiente, secondo chi la conosceva bene, potrebbe nascondersi la risposta a questa orribile vicenda.