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26 giugno 2026

Perché per Alessia Pifferi non é stato ergastolo? Confermati i 24 anni e “il timore” della gogna mediatica

  • di Morena Zapparoli Funari Morena Zapparoli Funari

26 giugno 2026

Diana morta di fame e sete a 18 mesi: la Cassazione conferma i 24 anni per la madre Alessia Pifferi, nonostante la richiesta della Procura Generale di rifare il processo d'appello per la tesi della “gogna mediatica”

Foto di: Ansa

Perché per Alessia Pifferi non é stato ergastolo? Confermati i 24 anni e “il timore” della gogna mediatica

Quando si tira in ballo la fantomatica "gogna mediatica", la "lapidazione verbale", l'"aggressione social" e l'ossessione che l'opinione pubblica nutrirebbe nei confronti di alcuni casi di cronaca nera il più delle volte si commette un errore di valutazione che si scontra con l'orrore dei crimini commessi. E le cose non cambiano molto se a tirare in ballo la responsabilità del mondo dell'informazione siano gli avvocati difensori degli imputati o dei loro congiunti come nel caso della madre di Andrea Sempio o il consulente legale Davide Barzan che assiste Manuela Bianchi o ancora i giudici che hanno motivato la sentenza con cui ad Alessia Pifferi, condannata all'ergastolo in primo grado, è stata ridotta la pena a 24 anni in appello, ora confermata in Cassazione.
A quanto pare non è solo chi scrive a pensare che i media non possono essere ritenuti responsabili del malessere psichico dei protagonisti dei casi di cronaca o di una condanna in primo grado all'ergastolo per una madre che nell'estate infuocata di 4 anni fa ha lasciato sola a casa per sei giorni la sua figlioletta di 18 mesi causandone la morte per fame e sete.

Era infatti la Procura Generale in Cassazione a chiedere di rifare il processo ad Alessia Pifferi perché lo sconto di pena applicato nella sentenza d'appello non poteva essere in alcun modo giustificato dalla supposta gogna mediatica che l'imputata avrebbe patito nel corso del processo di primo grado. In altre parole l'ergastolo non si sarebbe dovuto tramutare in 24 anni di carcere perché le attenuanti sono state motivate in modo carente e Alessia Pifferi era assolutamente cosciente del fatto che avrebbe potuto cagionare la morte della figlioletta lasciata sola per quasi una settimana in un appartamento senza aria condizionata in una delle estati più torride degli ultimi tempi, sola e molto probabilmente spaventata in un lettino da campeggio nel quale c'erano soltanto due bottigliette d'acqua e the e un biberon di latte.

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Il processo Pifferi Ansa

Il motivo per cui l'opinione pubblica fin da subito è stata colta, per dirla con Aristotele, da sentimenti di pietà e orrore nel seguire questa vicenda pende tanto sul piatto dell'orrore verso una madre che ha abbandonato ad un destino di morte sua figlia quanto sul piatto della pietà per una piccola vittima innocente di cui spesso si dimentica la sua breve e tormentata esistenza. Perché Diana era una bimba come tanti altri che magari nello stesso mese di luglio di quell'anno erano sulla spiaggia di qualche stabilimento balneare a giocare con la paletta e il secchiello o in braccio ai genitori respirando aria fresca all'ombra di un grande albero. Al mare o in montagna, serena e accudita, proprio come l'aveva descritta Alessia Pifferi quando mentendo e sapendo di mentire aveva detto al proprio compagno che la figlioletta si trovava in villeggiatura con sua sorella. Perché non bisogna dimenticare che il motivo per cui la Pifferi non fece rientro nella sua abitazione per sei lunghi giorni era lo spasmodico desiderio di soggiornare nella bergamasca a casa dell'uomo che frequentava in quel periodo, un uomo per cui l'imputata, che si dichiarava indigente quando doveva provvedere al sostentamento della figlia, era disposta a noleggiare limousine e prenotare cene eleganti curando personalmente ogni dettaglio con gli organizzatori ai quali impartiva indicazioni dettagliate per la buona riuscita dell'evento. Una predisposizione a mentire e a dissimulare che aveva convinto i giudici in primo grado a ritenere la Pifferi assolutamente lucida e consapevole nonostante le consulenze della difesa mirate a certificare ritardi cognitivi in età scolare e disturbi della personalità. Una convinzione condivisa in primis dal pubblico ministero Francesco De Tommasi che riteneva la Pifferi concentrata esclusivamente sul soddisfacimento narcisistico dei propri desideri e bisogni anche quando questi cozzavano drasticamente con la cura e l'attenzione che si dovrebbero riservare ad una bambina di un anno e mezzo. Ora la Cassazione ha deciso di confermare la condanna a 24 anni per una madre che nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ha lasciato morire di fame e di sete la sua bambina di 18 mesi. Le sentenze si accettano e si rispettano ma si possono discutere e questa farà sicuramente discutere molto.

https://www.youtube.com/watch?v=qyCAv_YrKCQ&t=1400s

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  • Alessia Pifferi
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Foto di:

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