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Perché Roberto Saviano ha pianto dopo la sentenza di condanna del boss Francesco Bidognetti e dell’avvocato Michele Santonastaso? Ecco di cos'erano accusati e dopo quanti anni il giudice si è pronunciato

  • di Angela Russo Angela Russo

  • Foto di: Ansa

15 luglio 2025

Perché Roberto Saviano ha pianto dopo la sentenza di condanna del boss Francesco Bidognetti e dell’avvocato Michele Santonastaso? Ecco di cos'erano accusati e dopo quanti anni il giudice si è pronunciato
Sedici anni dopo quel proclama camorrista in aula, Saviano piange. Ma stavolta è rivalsa. La Corte d’Appello di Roma conferma: fu minaccia mafiosa contro lui e Rosaria Capacchione. Il boss dei Casalesi e il suo avvocato condannati, mentre il giornalismo rialza la testa. "Mi hanno rubato la vita", dice l’autore di Gomorra, che da allora vive sotto scorta. Ripercorriamo tutte le fase che hanno portato a questa sentenza

Foto di: Ansa

di Angela Russo Angela Russo

Sedici anni. Tanto è durato il percorso giudiziario che si è concluso con la condanna, in secondo grado, del boss Francesco Bidognetti e del suo ex avvocato Michele Santonastaso. Un processo che ha segnato profondamente la vita di Roberto Saviano e che lo ha portato, all’uscita dall’aula della Corte d’Appello di Roma il 14 luglio 2025, a piangere tra gli applausi, abbracciando il suo legale Antonio Nobile. “Mi hanno rubato la vita”, ha detto. Tutto ebbe inizio il 13 marzo 2008, durante il processo di appello Spartacus contro il clan dei Casalesi. In quell’occasione, nel pieno di un’aula di tribunale, l’avvocato Michele Santonastaso lesse un documento firmato da due boss detenuti: Francesco Bidognetti e Antonio Iovine. Un testo che, secondo l’accusa, rappresentava una minaccia diretta ai giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. Il documento, soprannominato “il proclama” dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, accusava apertamente i due cronisti di essere responsabili delle condanne ai danni della criminalità organizzata, per averne raccontato i crimini e i legami con la politica e l’economia. Un attacco che, per la prima volta in Italia, partiva dall’interno di un’aula giudiziaria, con un boss camorrista che utilizzava l’avvocatura per riscrivere la narrazione pubblica e delegittimare il giornalismo investigativo. A detta della DDA (Direzione distrettuale antimafia), il messaggio era chiaro: colpire chi racconta il potere mafioso, esponendolo al rischio di ritorsioni. Questo è ciò che ha raccontato anche lo stesso Saviano, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera alla vigilia della sentenza.

Roberto Saviano, circondato dalla sua scorta, all'interno dell'aula della Corte di Appello nel giorno della sentenza per il processo Bidognetti
Roberto Saviano, circondato dalla sua scorta foto Ansa

Roberto Saviano vive sotto protezione dal 2006. Dopo il proclama del 2008, le misure di sicurezza rafforzate. “Anni in auto blindate per scappare dalla corsa che la miccia stava facendo”: Saviano racconta così la fatica di una vita vissuta “né vivo né morto”, logorata dall’attesa di un verdetto. Il processo ha subito ritardi e rinvii: nel 2014 Bidognetti era stato assolto in primo grado, ma quella sentenza fu annullata per incompetenza territoriale. Il procedimento fu poi trasferito a Roma, dove nel 2021 arrivò una prima condanna. Fino alla conferma definitiva della Corte d’Appello il 14 luglio. Il verdetto è ora chiaro: un anno e mezzo di carcere per Francesco Bidognetti (già detenuto in regime di 41 bis dal 1993) e un anno e due mesi per il suo ex legale Michele Santonastaso. La Corte ha confermato l’impianto accusatorio riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso: non si trattava di semplici critiche all’operato giornalistico, ma di vere e proprie minacce, pronunciate con intento intimidatorio. “Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno”, ha detto ai giornalisti. “Ma ho la dimostrazione che la camorra, in un’aula di tribunale, ha detto chiaramente: l’informazione ci fa paura. Ora abbiamo la prova ufficiale che i boss hanno messo nel mirino chi raccontava il potere criminale”. Nel suo articolo pre-sentenza, Saviano ha lanciato un appello a chi ancora oggi vuole raccontare la criminalità organizzata: “Non fatelo da soli. Fate rete. Non mettete soltanto il vostro corpo in gioco. Non illudetevi. Alla fine di questo percorso lungo e doloroso, l’unica certezza è che l’informazione ha fatto paura. Ma chi l’ha portata avanti, ne è uscito spezzato”.

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