Ventidue anni. Piera Maggio, oggi, avrebbe potuto chiedersi insieme a sua figlia come sarebbe stato essere nonna. Invece continua a chiedersi, da 22 anni appunto, che fine ha fatto sua figlia Denise Pipitone. Un secondo prima era su un marciapiede di Mazara del Vallo, un secondo dopo era uno dei misteri italiani che dura ancora da quel 2004. E puntualmente torna a essere ossessione. Questa volta a provare a far ripartire una indagine che inevitabilmente s’è persa nel tempo è stata Antonella Delfino Pesce. Criminologa, barese, una che non si accontenta delle robe precotte. È la "donna dei cold case", quella che ha scosso il fantasma di Nada Cella portando a una condanna dopo tre decenni di nebbia ligure. Ma Mazara non è Chiavari. E il fango siciliano è fatto di un’altra pasta.
Perché si torna a parlare di Denise? La risposta è in una relazione finita sul tavolo della Procura di Marsala proprio grazie alla Delfino Pesce che, per conto di Tony Pipitone – il padre legale, l’uomo rimasto troppo spesso nell’ombra di questa tragedia – ha (ri)scovato un testimone. Il solito mitomane dell’ultima ora? No, ma una persona "lucida e affidabile". Un milanese. Uno che all’epoca dei fatti era lì, in quella Milano che nell’ottobre 2004 vide una bambina con il cappuccio chiedere "Dove mi porti?" davanti a una banca. La guardia giurata Felice Grieco filmò tutto. Il video è agli atti da sempre: un accento siciliano, una somiglianza innegabile. E poi il nulla. Il testimone inascoltato di oggi servirebbe a questo: a dare un nome a quella bambina, a capire se quel frammento di pixel fosse davvero Denise o l'ennesimo miraggio di un'indagine fatta all’italiana e che, come a Garlasco, ha guardato solo e esclusivamente in una direzione nelle primissime ore.
Solo che, proprio come con Garlasco, la cronaca si scontra anche qui col dolore. Piera Maggio, la madre che non s’è mai arresa, s’è sfogata su Facebook. "La dr.ssa Delfino Pesce – scrive - non mi ha mai contattata". Ha visto sfilare troppi sciacalli e troppi millantatori sotto le finestre di casa. Per Piera, la criminologa potrebbe essere un’altra "sconosciuta" che oltrepassa il limite del buonsenso. Ma la verità è un’altra: la Delfino Pesce non viene dalla montagna delle saponette e nemmeno dai salotti televisivi e ha sin da subito spiegato di non voler vendere niente. Meno che mai le speranze miracolose, ma solo "delimitare un ambito preciso". Sapendo benissimo che in Italia la precisione è un lusso che il sistema giudiziario ha saputo permettersi poche volte sui casi difficili da vero. Figuriamoci in quelli difficili e pure sporchi.
Chi è, dunque, la Delfino Pesce? È una che ci ha visto lungo già più volte in passato e che se ha una colpa, semmai, è quella di essersi rivolta ai media prima ancora che a tutte le parti della famiglia. Ma è anche vero che senza il megafono dei media, certi testimoni restano fantasmi e certe procure restano sorde. La Procura di Marsala ha già detto no una volta alla riapertura delle indagini. Ritiene quegli elementi insufficienti. Un muro che la criminologa sta provando a forzare partendo dalla consapevolezza che la giustizia italiana soffre di una forma cronica di presbiopia, ma ha un udito a cui non sfugge niente quando a parlare sono i media. La paura (e il rischio) che questo nuovo capitolo finisca come gli altri: in un polverone di polemiche social e talk show mentre la verità resta sepolta sotto vent’anni di omissioni c’è. Ma non provare a trovare la verità vera solo per una paura o un rischio non rende onore a una bambina che si è volatilizzata nel nulla 22 anni fa. Se non ora, quando?