Periodicamente, quando si parla di Cosa Nostra e soprattutto delle dietrologie legate a Cosa Nostra, politica, stragi, piste nere, trattative, deep state, torna sempre lui: Giovanni Brusca. Il boia di San Giuseppe Jato, noto per la sua ferocia, tanto da non ricordare nemmeno il numero preciso delle persone che avrebbe ucciso, forse un centinaio, forse più centocinquanta. Ma nonostante la sua fama sinistra il killer di Cosa Nostra è diventato, nel tempo, uno dei pentiti prediletti di certi magistrati. Uscito dal carcere nel 2021, “graziato” dalla sua collaborazione, ha fatto ieri la sua prima uscita pubblica da uomo libero, al processo a Firenze contro Salvatore Baiardo che è diventato l'ennesimo reboot per la teoria, archiviata per sei volte, che vedrebbe Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri coinvolti nelle stragi di mafia del 1993-94.
“Nelle discussioni con Bagarella — ha detto Brusca — ci dicevamo di usare le stragi come strumento politico, come se gli attentati ci fossero stati suggeriti dalla sinistra, in modo da agevolare Berlusconi, in modo tale da orientare la sua entrata in politica”.
Il processo Baiardo
Ma, la prima domanda è: com'è che a Firenze si è trasformato il processo a Baiardo nell'ennesimo processo contro Berlusconi? Del resto, da quelle parti, i pm hanno una passione per l'argomento. Ma il paradosso è che, per ammissione dello stesso Brusca, il boia di San Giuseppe Jato e il gelataio di Omegna non si sarebbero mai visti né conosciuti. Baiardo è sotto processo a Firenze per il reato di calunnia aggravata nei confronti del giornalista Massimo Giletti e dell'ex sindaco di Cesara Giancarlo Ricca. Baiardo avrebbe sostenuto di essere in possesso di una fotografia che ritrarrebbe Silvio Berlusconi assieme ai fratelli Graviano, immagine che avrebbe mostrato anche a Giletti, a supporto della tesi di un presunto “patto stragista” tra Cosa Nostra e la nascente Forza Italia nei primi anni '90, per poi negare di averla effettivamente mostrata al giornalista.
I magistrati di Firenze, aggiungendo alla calunnia l'aggravante mafiosa, (dicendo cioè che la calunnia fosse stata fatta per favorire e agevolare Cosa Nostra) l'hanno usata come “grimaldello” processuale per trasformare un processo nato per un episodio specifico in un dibattimento che riapre, di fatto, il tema dei presunti mandanti esterni delle stragi del '93-'94. Tema su cui Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi sono già stati plurimamente giudicati.
Brusca, il pentito per tutte le stagioni
Ed è in questo contesto che viene scongelato il sempreverde Brusca. Peccato che, sulla questione, sia già stato ritenuto più volte inattendibile. Lo hanno detto i pm di Caltanissetta, lo hanno detto i giudici del tribunale di Palermo che nel corso del processo contro Dell'Utri definirono le sue dichiarazioni come caratterizzate da “fortissima ambiguità” e “in rotta di collisione e in stridente contrasto con alcuni dati processuali incontrovertibili e inoppugnabili”, concludendo che Brusca “non aveva voluto fornire uno spontaneo e leale contributo all'accertamento della verità”. Il gup del processo Mannino disse invece che Brusca era solito “arricchire le sue dichiarazioni di connessioni tra fatti da lui conosciuti e fatti appresi dai processi e dai mezzi di informazione”.
Ma allora, perché continua ad essere chiamato a testimoniare? La verità è che Brusca piace e soprattutto compiace, con le sue dichiarazioni a metà, le sue ricordanze poi dimenticate, le insinuazioni che soffiano sul fuoco dell'accusa. Nel 2001 addirittura, durante un interrogatorio, il pm fiorentino Gabriele Chelazzi fu costretto a richiamarlo, ricordandogli che è un testimone che deve riferire di ciò che sa, non comportarsi come “un consulente della procura”. E anche Marina Petruzzella, nelle motivazioni della sentenza di primo grado che ha assolto l'ex ministro Calogero Mannino, ha scritto che le dichiarazioni di Brusca erano state “suggerite dalle molteplici sollecitazioni, ricevute nel corso di interrogatori, a volte anche molto sofisticati, degli inquirenti e dalle contestazioni fattegli durante i suoi esami”.
Su Dell'Utri e Berlusconi le sue ricordanze si innestano dopo che sono state definitivamente smascherate le fragnacce di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito e condannato per calunnia. Sulle dichiarazioni di Ciancimino si innestano quelle di Brusca, che inizia a parlare di indicibili accordi fra Cosa Nostra e Marcello Dell'Utri. Disse di non aver parlato prima per paura, e ora, sparita la paura, ricorda a trent'anni di distanza, delle bombe politiche che avrebbero portato al potere Silvio Berlusconi. O forse è solo un pretesto per rivangare fatti già giudicati, in barba a quell'operetta che è diventato lo stato di diritto.