Ci voleva lui, Sergio Mattarella, la prima carica dello Stato, per ricordarci che una riforma costituzionale e un referendum sono una questione di democrazia, e quindi di rispetto, di discussione aperta, di opinioni che hanno cittadinanza nel dibattito. Non di insulti e propaganda. E la propaganda, così come gli insulti, ha caratterizzato sia il fronte del Sì che quello del No. Mattarella decide di intervenire al plenum del Consiglio superiore della magistratura (Csm) e spiega il motivo: “Come presidente della Repubblica avverto la necessità di rinnovare con fermezza l'esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell'interesse della Repubblica. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Soprattutto la necessità e l’intendimento del rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente dalle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”.
Il riferimento è ovviamente all’esecutivo e al ministro Carlo Nordio, che ha definito alcuni dei meccanismi che caratterizzano il Csm “para-mafiosi”. Un linguaggio che è evidentemente in contraddizione con il basilare principio di continenza che ci si aspetta dalle istituzioni (lo stesso principio che ci si aspetterebbe da un Procuratore della Repubblica come Gratteri quando parla di chi voterà Sì al Referendum). Mattarella chiede di abbassare i toni. Ma questo vuol dire che il Csm sia quell’organismo perfetto e puro che i sostenitori del No vogliono preservare? Non esattamente. E infatti Mattarella, subito dopo, aggiunge: “Istituzione [il Csm] non esente nel suo funzionamento da difetti, lacune ed errori nei cui confronti non sono ovviamente precluse critiche; come del resto si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo alle attività di altre istituzioni della Repubblica”.
Difetti e lacune di cui forse Mattarella era ben consapevole quando, nel 1997, votò a favore di un emendamento che prevedeva la divisione in due Csm del Csm previsto dalla Costituzione, proprio come si vuole fare ora con la Riforma della giustizia. Attenzione: questo non basta a sostenere che Mattarella sia, in realtà, favorevole alla Riforma. È proprio questo il punto. Il Presidente della Repubblica è per definizione imparziale, al di sopra delle parti. E a gennaio di quest’anno, quando erano quelli del Sì a voler portare in squadra il capo dello Stato, il Quirinale se ne uscì con un comunicato chiarissimo: “Naturalmente nessun desiderio di impedire libere interpretazioni né ricostruzioni, anche proiettate ad alcuni decenni addietro, ma è fortemente auspicabile che ci si astenga dal tentativo, comunque vano e improduttivo, di cercare di arruolare il Presidente della Repubblica in uno schieramento o semplicemente in una posizione politica”. E pensare che almeno quelli del Sì avevano un fatto dalla loro parte, il voto di trent’anni fa di Mattarella. Ora invece è solo un voler leggere tra le righe qualcosa che il Presidente della Repubblica non ha mai detto e, per fortuna, non dirà mai.
Perché, in un momento in cui le istituzioni usano toni neanche da bar, ma da ring, c’è qualcuno che invita alla temperanza e lo fa senza chiedere devozione verso una o più istituzioni. Perché, così come vale per il governo e il Parlamento, anche la magistratura deve essere aperta alle critiche che arriveranno. Saranno i toni, e cioè lo stile, che dovranno cambiare. Almeno se qualcuno sceglierà di ascoltare davvero le parole del Presidente della Repubblica.