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9 giugno 2026

Prima TikTok poi le coltellate di Milano-Certosa? Il codice di sangue dei Latin King che ha condannato Gianluca Ibarra

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

9 giugno 2026

Trenta coltellate e una registrazione hanno ucciso Gianluca Ibarra. Nella parole del suo assassino, Jefferson Smit c'è lo specchio di una Milano che ormai si sente in balia dei delinquenti, e di un Occidente che liquida tutto con un “sono ragazzi”

Foto di: Ansa

Prima TikTok poi le coltellate di Milano-Certosa? Il codice di sangue dei Latin King che ha condannato Gianluca Ibarra

"Sono un Latin King, ma la lama non era la mia". Jefferson Smit, 19 anni appena, ha usato queste parole davanti a un magistrato. Sì, in un'aula di tribunale, con un'accusa pesantissima sulle spalle, il ragazzo continua a confondere la gloria col rischio di un ergastolo e si rivolge a un giudice con lo stesso linguaggio che si usa su TikTok. Roba che preoccupa sociologicamente e antropologicamente prima ancora della doverosa cronaca giudiziaria o del racconto di nera che c'è in una storia così. Una storia che ha per scenario la stazione di Milano-Certosa. Odore di ferro, ruggine e marginalità. E, adesso, pure di sangue. Dopo che un ragazzo, Gianluca Ibarra, confuso per uno di una banda rivale, è stato ammazzato. Trenta coltellate. Il corpo di Gianluca Ibarra è rimasto lì, tra la massicciata e i rifiuti (anche umani) di una periferia che non sa più a quale Dio votarsi. Il sospettato c'è stato praticamente subito: Jefferson Smit.

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La stazione di Milano Certosa Ansa

"Sono un Latin King, ero presente, ma la mia mano non ha colpito" – ha ripetuto al gip. Insomma, ha negato l'omicidio, ma è come se ci avesse tenuto a rivendicare una appartenenza. Come un tag, quindi, che non tiene conto di niente, se non di un'estetica deviata e forzosamente impattante. Solo che un gip, giustamente, se ne sbatte della sociologia e quello di Milano ha disposto il carcere per pericolo di fuga, consegnando l'ennesimo figlio dell'immigrazione di seconda generazione al silenzio di San Vittore. La mattanza di Certosa dovrà risolversi solo col codice penale? No, è sarebbe l'errore degli errori. Bisogna saper leggere la violenza che si fa messinscena fino a diventare sangue vero. E bisognerebbe comprendere, senza il solito, maledetto, filtro ideologico, la sofferenza di una Milano che ormai si sente in balia dei delinquenti.

Le gang che oggi si contendono i marciapiedi non hanno più l'epica stracciona e disperata delle pandillas dei primi anni duemila; hanno anzi modificato la grammatica anche un po' sfigatella della trap, esasperandola fino a trasformare l'odio in un brand criminale. Si sfilano i coltelli nei commenti. Si giurano la morte in rima. E poi si incontrano dove la città si sfilaccia e lo Stato scompare: sulle banchine delle stazioni secondarie. Filmando quasi sempre tutto. Tanto che nell'aula di tribunale, dopo l'omicidio di Ibarra, le immagini passate al setaccio dal magistrato non sono quelle di una qualche telecamera di sicurezza, ma sequenze girate dagli stessi presenti. Lasciatecelo dire, è la cosa più disturbante di tutta questa storia: signori, si muore pure di contenuti per i social. Si esiste per registrare e, ora, per registrare e quindi per esistere, si ammazza pure. Lo scopo? Quasi sempre è quello di ostentare quello che non c'è. Tanto che, ad esempio, nell'appartamento dove Ibarra viveva emerge una condizione differente. Di semplicità che, in quanto tale, finisce ignorata fino a che non succede qualcosa. La stessa semplicità di un padre che vorrebbe piangere il figlio, che racconta di aver perso pure un'altra figlia (morta di parto) ma che, intervistato da Repubblica, ha altre cinque parole da dire prima: "Ora abbiamo paura delle ritorsioni". È tutto qui il bilancio di Milano. Che poi è il bilancio di un Occidente che s'è abituato a liquidare tutto con un "sono ragazzi".

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Ansa

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