C'è una cosa che il dibattito sugli undici scienziati morti o spariti dal 2022, con l'FBI che “guida gli sforzi”, come ha dichiarato il direttore Kash Patel, e Trump che convoca riunioni alla Casa Bianca definendo la faccenda “pretty serious stuff”, tende a dimenticare. Questa storia non è nuova. Non è cominciata con il generale McCasland che esce di casa senza telefono né occhiali da vista e sparisce nel nulla del New Mexico. È cominciata nell'estate del 1947, in un'estuario del Puget Sound, quando due uomini in uniforme morirono tornando da un sopralluogo su detriti di un presunto disco volante. Da allora, i conti non tornano più. A fare la sintesi è Nigel Watson, autore di Portraits of Alien Encounters Revisited, che ha raccontato al Daily Mail qualcosa di semplice e devastante: “Quando si raccoglie tutta l'informazione insieme, il numero di ufologi morti in circostanze strane e sospette dalla metà degli anni Cinquanta è sorprendente”. Tutto comincia con Harold Dahl, un uomo su un rimorchiatore al largo di Maury Island, nello Stato di Washington. Con lui ci sono suo figlio Charles, due marinai e un cane. Il 21 giugno 1947 (tre giorni prima che Kenneth Arnold avvistasse i suoi “piatti volanti” sulle Cascades, dando il via all'era dei flying saucers) i quattro dicono di aver visto sei oggetti a forma di ciambella, dorati e argentati, volteggiare sopra di loro. Uno di questi “barcolla”, poi rilascia una pioggia di strisce metalliche e grumi neri. Uno colpisce il braccio del ragazzo, bruciandolo. Un altro uccide il cane. Il boss di Dahl, Fred Lee Crisman, va sul posto e recupera i detriti. Poi arriva un uomo in abito scuro, su una berlina nera, che porta Dahl in una tavola calda di Tacoma e gli dice di stare zitto. Il classico inizio di una storia che finisce male. Il 31 luglio 1947 vengono spediti a Tacoma il Capitano William Davidson e il Tenente Frank M. Brown. I due non trovano prove di una pioggia di piombo fuso, concludono che i frammenti siano scorie industriali e ripartono. Il loro B-25 si schianta vicino a Kelso, Washington. Davidson e Brown muoiono. La maggior parte dei campioni e delle fotografie connesse al caso svanisce nel nulla. Watson ricostruisce i dettagli: un anonimo telefonò al giornale locale e fece i nomi delle vittime prima che l'incidente venisse reso pubblico, affermando che l'aereo era stato abbattuto da un cannone da 20 mm perché trasportava frammenti di un disco volante. Paul Lance, il giornalista del Tacoma Times che seguiva la storia, morì improvvisamente due settimane dopo di meningite. Bonus: Fred Lee Crisman, l'uomo che aveva recuperato i detriti del presunto disco, fu in seguito indagato in relazione all'assassinio del presidente Kennedy. Un procuratore distrettuale scrisse in un comunicato stampa che Crisman “è stato impegnato in attività sotto copertura per il complesso della guerra industriale per anni”.
Febbraio 1968, New York. La ricercatrice Jennifer Stevens viene contattata da due ragazzi che dicono di aver visto una “palla di fuoco luminosa” sopra il fiume Mohawk. Un amico dei due crede di aver intravisto un essere in tuta bianca tra i cespugli. Nel frattempo, il corpo di un sedicenne viene trovato nelle vicinanze, era uscito dicendo ai nonni che andava a fare una passeggiata. Il verdetto del medico legale: morte per esposizione al freddo. Stevens non ci crede. Le tracce nella neve mostravano che il ragazzo prima correva, poi sembrava come se qualcosa lo avesse trascinato dall'alto. Poco dopo, il marito di Stevens, Peter, viene avvicinato da uno sconosciuto con una "aria saturnina” in un negozio di Schenectady, che gli dice: “Chi cerca gli UFO dovrebbe stare molto attento”. Peter Stevens, uomo sano sulla trentina, muore improvvisamente di lì a poco. Jennifer Stevens “si ritira” dalle ricerche sugli UFO. Fine della storia. Nel 1971 il ricercatore Otto Binder fece i conti: 137 investigatori UFO erano morti in circostanze misteriose nel corso degli anni Sessanta. Tra questi anche Philip Schneider. Nel gennaio 1996, un amico sfonda la porta del suo appartamento a Wilsonville, Oregon. Schneider era morto da giorni. Inizialmente si pensa a un ictus. Poi viene trovato del tubicino di gomma annodato intorno al collo. Watson descrive la scena: gambe infilate sotto il letto, testa appoggiata al sedile della sedia a rotelle. Una posizione “inusuale per un suicidio”. C'era del sangue vicino al corpo che non sembrava appartenere a Schneider. I suoi appunti e i suoi scritti sugli UFO erano spariti dall'appartamento. Gli oggetti di valore erano intatti. Schneider aveva detto pubblicamente di essere seguito da furgoni governativi e che avevano già tentato di farlo uscire di strada. Verdetto ufficiale: suicidio. L'ex moglie Cynthia e gli amici, ancora oggi, non ci credono.
Watson, con la cautela dello studioso, ammette che molti casi sono ambigui, e che “molti dei racconti suonano stravaganti”. Ma aggiunge una cosa che vale la pena ripetere: il problema non è il singolo caso. È il numero. È la frequenza. È il fatto che, presi uno a uno, ciascuno di questi episodi può essere liquidato (incidente, suicidio, overdose, esposizione al freddo). Presi tutti insieme, costruiscono qualcosa che non ha ancora un nome preciso, ma che assomiglia sempre di più a un pattern, un modus operandi. E intanto, nel 2026, l'FBI “guida gli sforzi” su undici nuovi casi di scienziati scomparsi o morti in circostanze strane. Un generale dell'Air Force, uno che ha supervisionato il programma scientifico da 2,2 miliardi di dollari a Wright-Patterson, lo stesso che è citato nelle email di Wikileaks come consulente del progetto UFO di Tom DeLonge, è uscito di casa a piedi il 27 febbraio, senza telefono, senza occhiali, senza chiavi, e non è più tornato.