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6 giugno 2026

Ragazzi, ma che significa che il rapporto debito/Pil può arrivare al 138%? La strategia di Meloni è fallimentare tra tassi, crescita dimezzata e Superbonus: ecco perché pagheremo tutti

  • di Andrea Muratore Andrea Muratore

6 giugno 2026

Il rapporto debito/Pil italiano potrebbe toccare il 138%, superando anche la Grecia. Non è un caso, l'Italia non è sull'orlo del baratro, ma la distanza si sta accorciando. Ecco perché

Foto di: Ansa

Ragazzi, ma che significa che il rapporto debito/Pil può arrivare al 138%? La strategia di Meloni è fallimentare tra tassi, crescita dimezzata e Superbonus: ecco perché pagheremo tutti

Nel 2026 c'è la possibilità che l'Italia tocchi un rapporto debito/Pil pari al 138%, superando i dati consolidati per il 2025 che lo prevedono al 137%, record storico per tutti i periodi non coperti dallo shock della pandemia di coronavirus. Le statistiche del Fondo Monetario Internazionale lasciano presagire che il Belpaese possa sorpassare la Grecia e distaccare gli altri Paesi del Mediterraneo e il dato ha a che fare con il sovrapporsi di tre circostanze. Primo punto: è in atto il pesante riflusso della lunga fase di oltre tre anni in cui il debito ha viaggiato col vento in poppa rispetto al passato. Quando si è insediato il governo Meloni, nell'ottobre 2022, il decennale italiano rendeva il 4,9%. Negli anni, nonostante una fase critica sul fronte dei tassi e dell'inflazione, il rendimento era sceso fino al 3,38% del 23 febbraio.

Poi, la guerra in Iran ha causato un degrado del quadro macroeconomico europeo portando a impennarsi la curva dei bond del 10% circa in tutta Europa. Risultato: in poco tempo si è tornati al 3,8% di rendimento in una fase in cui, venendo al secondo punto, si erode la crescita. Il rapporto debito/Pil è sotto stress sul fronte del numeratore in crescita e del denominatore che non sta al passo. L'Ocse ha tagliato le prospettive di crescita per l’Italia allo 0,5% nel 2026 e inoltre, come dimostrato dalle recenti critiche del Financial Times, anche il Pnrr non sembra aver dato, alla prova dei fatti, l’impatto decisivo sulla crescita che si sperava. Il terzo punto è dato da un contesto macroeconomico globale tutt’altro che favorevole. Roma subisce l’inflazione energetica (che ha portato i rincari al 3,2%) come fattore di compressione della competitività e al contempo si trova a dover fare i conti con dazi, guerre commerciali e tensioni geopolitiche come ulteriori fattori di rischio. In tal senso, il Paese è difeso dalla tenuta della manifattura e dell’export, che l’hanno reso la quarta potenza globale del settore, e sui 65 miliardi di euro di surplus annuo della bilancia commerciale si gioca l’intera rendita di posizione del Paese e molto della sua capacità di restare competitivo.

Borsa

Il debito, poi, è vittima “narrativa” del mancato raggiungimento da parte del governo del target del 3% nel rapporto deficit/Pil e della conseguente uscita dalla procedura d’infrazione europea. Un colpo narrativo, in un’epoca in cui la narrazione è tutto. Tecnicamente, tra il 3 e il 3,1% di rapporto deficit/Pil non cambia molto. Ma, al netto dello scivolone dell’attacco di Meloni all’Istat (Ball don’t lie, data neither), politicamente in quello “zero virgola” passa molto: passa il cortocircuito di una strategia di austerità con cui Meloni ha provato a garantire stabilità e che si è riversata, invece, in una percezione di immobilismo. Passano potenziali, ulteriori, incrementi del rating che per ora non ci saranno. E passano dunque miliardi che saranno pagati in interessi e debito. L’Osservatorio Conti Pubblici della Cattolica di Milano aggiunge poi un dettaglio tecnico che pesa sul debito: “Si tratta dell’effetto ritardato dei crediti d’imposta del Superbonus, che impattano contabilmente sul debito al momento del riscatto, e quindi dello sconto fiscale per il cittadino e della mancata entrata di cassa per lo Stato (dal 2024 in poi), e non quando sono stati concessi (tra il 2021 e il 2023, quando infatti il residuo frena la crescita del debito)”.

Eterno paradosso di un Paese dove le scelte di ieri le pagano le politiche di domani e a cui oggi servirebbero risorse per investire. Il dato positivo è che in questa circostanza la spirale degli interessi non è esplosa e dunque l’Italia non rischia una situazione paragonabile al 2010-2015, quando forti rincari dei tassi fecero accumulare gli interessi. Parimenti, il problema del debito non riguarda solo il nostro Paese: tutto l’Occidente è in una spirale debitoria crescente. Nel G7 Giappone (Debito/Pil al 249%, per quanto in larga parte in mano ai cittadini nipponici), Usa (123%), Francia (116%) e Canada (114%) fanno compagnia all'Italia nell'avere un debito eccedente il Pil, mentre la Germania (63,5%) è comunque sopra la soglia europea di equilibrio del 60%. A Parigi l'accumularsi di crisi politiche e di gap di riforme che l'Italia ha fatto in tempi più duri, come sulle pensioni, crea una spirale di crescita notevole. Negli Usa le spese dal Covid-19 in avanti stanno creando una valanga che porta gli interessi sul debito a superare la spesa militare. Il mondo è sempre più indebitato e lo sarà ulteriormente ora che nuove politiche energetiche, intelligenza artificiale e difesa chiameranno nuovi investimenti e in molti Paesi la piramide demografica cambierà spingendo una quota di lavoratori decrescente a dover mantenere un sistema pensionistico ipertrofico. In tal senso, ciò rassicura l’Italia: sempre più Paesi dovranno al resto del mondo più dicò che producono. E questo renderà Roma sempre meno un’anomalia e sempre più la regola. Chi verrà mai ad esigere qui crediti, però? Questa resta la grande domanda. Insoluta, probabilmente, fino al prossimo shock dell’economia globale

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