Il faccendiere Walter Lavitola e il factotum camerunense Clesio Gomes Tavares. La camorra e la bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci. Maria Rosaria Boccia e il suo cerchio magico. Il giallo dell'estate è pieno di personaggi incredibili e uno di questi è proprio la giornalista Valentina Pelliccia, che ci è entrata grazie a una prima pagina de La Verità e di un audio in cui Ranucci le parla di mafia e massoneria in Rai. Mesi fa, per un'altra vicenda, avevamo passato un'ora e mezzo al telefono con lei e sua madre. Il contesto era diverso: l'avevamo chiamata perché l’esperta di comunicazione era finita per la prima volta sotto la lente d’ingrandimento de La Verità a proposito di un complesso intreccio di indiscrezioni non confermate riguardante un presunto caso Claudia Conte 2. In quell'occasione, Pelliccia ci aveva già parlato della sua amicizia con Ranucci, ma soprattutto di un complotto ai suoi danni. Ordito, secondo lei, da un massone e mafioso vicino ad un noto sito d’informazione italiano, molto letto. Con gli sviluppi degli ultimi giorni abbiamo deciso di recuperare quella chiamata e pubblicarne un estratto, nonostante lei, durante la conversazione, prima ci avesse dato l’autorizzazione a pubblicare l’intervista, per poi negarcela e nel corso della confusa chiacchierata, cambiare idea mille volte, lasciandoci totalmente disorientati.
La telefonata in questione viene fatta il 12 maggio 2026
Che cosa sta succedendo, Valentina?
Qualcuno mi vuole rovinare. È una persona importante, un massone e mafioso. Sai però qual è l’unica cosa che mi salva?
Che cosa?
Sapere di essere una professionista stimata da tante persone.
Da chi?
Da Carlo Bartoli, il presidente dell’ordine, dai colleghi del Fatto, da Sigfrido Ranucci. Marcello Fois, i direttori per cui ho scritto, Bechis. Insomma, quelli che mi conoscono sanno che sono una persona seria. Non ho mai scritto nulla di allusivo, tranne quell’articolo sulle morti sospette, quello di cui anche parlava Ranucci. Quando ti metti contro qualcuno di potente, contro un sistema, ecco che nascono i dossier falsi.
Ookay… tu spiegaci la tua versione…
Mi hanno rovinato e mi vogliono rovinare.
Non lo mettiamo in dubbio. Ma chi?
Purtroppo ho subito una molestia da un uomo che ha l’interesse di farmi fuori. L’avvocato mi ha detto che di lui è meglio non parlare perché è una persona potente. È vicina al proprietario di un noto sito d’informazione. È un ambiente sporco, mafia, massoneria. Tutto il disastro è venuto fuori mentre stavo per annunciare l’uscita di un libro contro le molestie. Sai, casi come quelli di David Rossi, De Donno durante il Covid, hanno in comune una cosa. Sono tutte persone che si erano messe contro un sistema. In questo caso fai bene a registrare, se mi dovesse succedere qualcosa, massoneria e mafia sono gli ambienti che difendono questa persona. Se ti faccio il nome mi metto in pericolo, capito?
Certo, è una cosa gravissima…
Qui si tratta della vita mia e di mia madre. Chi non mi conosce e vede che sono una persona sensuale si fa strane idee, non so se mi spiego. Vogliamo negarlo che sono sensuale? Metto foto sexy… mi sono rovinata con le mie mani, ma questo è un altro discorso. È il pregiudizio della società. Poi alla fine dei convegni non è che mi faccio i selfie, ci sono i fotografi, mi fotografano insieme alle varie personalità, è diverso.
Secondo noi è proprio per questo che tu dovresti parlare apertamente di tutto questo…
Concordare con te un articolo è già una cosa molto positiva infatti. Non tutti hanno un’etica. Dovrebbe esserci solidarietà fra colleghi. Chi fa sciacallaggio mediatico può essere denunciato al Comitato Disciplina al Vicolo della Torretta a Roma. Ambiente di cui sono a conoscenza perché conosco il vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti Rossi. Però ecco, come dice l’avvocato, meglio non scrivere nulla. Altrimenti qui parte la denuncia direttamente all’Ordine. Io chiamo Guido e glielo dico…
Forse dovresti mandare una mail come tutti…
Certo, mando una mail. Ora però il mio avvocato è in tribunale, che mi consigli di fare? Scrivo prima al Comitato Disciplina?
Dovresti far sentire la tua voce, mi hai raccontato cose gravissime
Mi viene da piangere. Sono una brava ragazza… aiutami. Il problema qua è un altro. Questa storia può sfuggire di mano. Le persone sono cattive e pur di scrivere qualcosa cercheranno di screditarmi…
(Ad un certo punto Valentina, disperata mi passa la madre, gentilissima)
Deve sapere che ho contattato un giornalista di un quotidiano abbastanza famoso a Roma e mi ha detto che tutto questo è solamente fango. La stampa italiana è davvero mal ridotta. Sa, anche io sono giornalista…
(si sente abbaiare in sottofondo)
Interviene Valentina: “scusa, è il cane…”
La madre: “è agitato anche lui”
Qui di seguito pubblichiamo l'ultima lettera inviataci da Valentina Pelliccia, nella quale richiede espressamente la sua diffusione
Gentile Direttore,
Gentile Redazione, mi rivolgo alla Vostra testata affinché voglia valutare la pubblicazione integrale della seguente lettera aperta, accompagnata da una mia fotografia autorizzata. La richiesta non nasce dal desiderio di alimentare ulteriormente l’attenzione sulla mia persona, ma dall’esigenza opposta: ristabilire, attraverso una dichiarazione diretta, alcuni elementi essenziali dopo mesi nei quali il mio nome e la mia immagine sono stati coinvolti in articoli, accostamenti e ricostruzioni che hanno prodotto conseguenze personali, familiari e professionali particolarmente rilevanti. Ho già affidato ai miei legali la tutela dei profili giuridici. Questa lettera intende invece proporre una riflessione di interesse generale sulla responsabilità dell’informazione, sulla tutela della reputazione, sulla dignità delle persone esposte involontariamente alla cronaca e sugli effetti della reiterazione mediatica e digitale. Vi chiedo di pubblicarla senza alterazioni sostanziali, possibilmente in posizione di adeguato rilievo editoriale, affinché la mia voce possa essere conosciuta nella sua forma integrale e non attraverso ulteriori interpretazioni. Desidero che la lettera sia accompagnata dalla fotografia allegata perché scelgo di assumermi pubblicamente la responsabilità di ogni parola e di presentarmi ai lettori con il mio nome, il mio cognome e il mio volto. Ringrazio anticipatamente la Direzione e la Redazione per l’attenzione e per la valutazione editoriale:
Lettera aperta: “Quando l’informazione smette di raccontare i fatti e comincia a consumare le persone”:
Mi rivolgo ai colleghi giornalisti, ai direttori, ai responsabili editoriali, agli organi professionali, alle istituzioni e a tutti coloro che credono che la reputazione e la dignità di una persona debbano essere tutelate anche quando quella persona diventa oggetto di una notizia. Da aprile il mio nome, la mia immagine e la mia vita sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, in una successione di articoli, insinuazioni, accostamenti e ricostruzioni che non rappresentano la persona che sono e che hanno prodotto conseguenze concrete sulla mia serenità, sulla mia famiglia e sulla mia reputazione professionale. Sono stata falsamente rappresentata come sentimentalmente legata a un esponente politico con il quale ho avuto esclusivamente occasionali interlocuzioni pubbliche e professionali. Non vi è mai stata alcuna relazione personale o sentimentale. Quanto al collega Sigfrido Ranucci, tra noi vi è un rapporto di conoscenza, amicizia e stima, senza alcuna diversa implicazione. Ribadisco con assoluta fermezza la mia estraneità alle narrazioni che mi sono state attribuite e alle vicende nelle quali il mio nome è stato inserito in maniera impropria. I miei legali hanno già intrapreso le iniziative ritenute necessarie e continueranno a tutelarmi nelle sedi competenti. Oggi, però, non desidero parlare soltanto di diritto. Desidero parlare di persone. Dietro ogni nome pubblicato esiste una vita. Esiste una madre che soffre. Esiste una figlia che deve spiegare ciò che non ha fatto. Esistono anni di studio, lavoro e sacrifici che possono essere oscurati da poche righe costruite per attirare l’attenzione. Dopo la perdita prematura di mio padre ho cercato di costruire la mia vita con serietà, di diventare indipendente e di essere una figlia della quale mia madre potesse sentirsi orgogliosa. Ho studiato diritto e comunicazione, lavoro da molti anni nel settore finanziario, mi sono occupata di consulenza legale e di comunicazione, ho scritto per anni per un quotidiano nazionale ( Il Tempo) ho collaborato con pubblicazioni di rilievo, Harvard Business Review Italia.
Non ho mai ricercato la visibilità attraverso il gossip. Desidero essere giudicata per il lavoro, per gli studi, per i libri, per gli articoli, per le idee e per i progetti. La visibilità che riconosco è quella che nasce dal merito, non dall’allusione. Ciò che più mi ha ferita è constatare come, in una vicenda nella quale ho riferito di avere subìto una condotta lesiva della mia dignità, l’attenzione sia stata spostata sulla mia persona, sui miei rapporti e su narrazioni laterali, anziché sulla tutela della donna che aveva chiesto ascolto. Il giornalismo, per come lo intendo, deve verificare, contestualizzare, distinguere i fatti dalle suggestioni e ricordare che l’interesse pubblico non coincide con la curiosità del pubblico. Una notizia può essere formulata con apparente prudenza e risultare comunque devastante per ciò che lascia intendere. La reiterazione, in un periodo circoscritto, di pubblicazioni e accostamenti negativi riguardanti la stessa persona impone almeno una domanda: stiamo informando oppure stiamo consolidando una rappresentazione? Le dinamiche di gogna mediatica e digitale possono provocare conseguenze psicologiche e sociali gravissime. La cronaca dimostra che il cyberbullismo e l’umiliazione pubblica possono condurre persone vulnerabili a gesti estremi. Io non ho pensato al suicidio, ma non nascondo di avere attraversato mesi di sofferenza profonda e di avere percepito, in alcuni momenti, questa pressione come quasi insostenibile. Lo affermo non per suscitare pietà, ma per ricordare che dietro un nome esistono una persona, una famiglia, un lavoro, una salute e una dignità. Una donna non perde credibilità perché è avvenente, perché pubblica una fotografia elegante o perché sceglie liberamente come mostrarsi. Nel 2026 la serietà di una donna non può ancora essere misurata dal suo aspetto fisico. La serietà si misura nella condotta, nella coerenza, nel lavoro e nel rispetto degli altri. Ho scritto a figure istituzionali, organi professionali, direttori e responsabili del mondo dell’informazione. Molte comunicazioni non hanno ricevuto risposta. Per questo scelgo oggi di rivolgermi direttamente all’opinione pubblica, con il mio nome, il mio cognome e il mio volto. Non è narcisismo. È responsabilità. Chiedo che il mio nome non venga più associato a relazioni mai esistite, a vicende politiche che non mi appartengono o a rappresentazioni incompatibili con la mia storia. Chiedo ai colleghi di verificare prima di pubblicare. Chiedo agli organi professionali e istituzionali di ascoltare. Chiedo ai cittadini di esercitare spirito critico e di non accettare passivamente ogni narrazione. Non tutto ciò che genera visualizzazioni produce informazione. Non tutto ciò che può essere pubblicato deve necessariamente essere pubblicato. Esistono confini che non sono stabiliti soltanto dalla legge, ma dalla coscienza professionale. Oggi è accaduto a me. Domani potrebbe accadere a vostra figlia, a vostro figlio, alla persona che amate o a qualcuno che non possiede gli strumenti per difendersi. Non chiedo indulgenza e non chiedo privilegi. Chiedo di essere valutata per ciò che ho realmente fatto, non per ciò che altri hanno scelto di raccontare o suggerire. La qualità di una società si misura anche dal modo in cui tratta chi, in un determinato momento, è più esposto e più solo. Continuerò a credere nel diritto, nelle istituzioni, nel giornalismo e nella comunicazione. Continuerò, nonostante tutto, a credere nelle persone. Chiedo che questa lettera venga pubblicata e divulgata non per alimentare un altro caso mediatico, ma per affermare un principio semplice e irrinunciabile: nessuna notizia, nessuno scoop e nessuna visualizzazione valgono più della dignità di un essere umano.
Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista