La grande bandiera sventola pericolosamente secondo un movimento elicoidale, fino ad attorcigliarsi fatalmente su una bottiglia vuota che, appoggiata sul crepidoma, si accascia e prende a rotolare pericolosamente verso la fine del piedistallo e, infine, precipita giù dal piedistallo su cui si erge la statua di Vittorio Emanuele II. Inesorabilmente precipita e si infrange al suolo in mille pezzi. Da sotto alcune signore, dal marcato accento milanese e un po’ sovrappeso, si voltano verso l’alto e gridano: “Ma siete proprio coglioni, eh?”. Da sopra una voce di ragazzo, dal marcato accento veneto, risponde: “Ma signora, non l’abbiamo fatto apposta”. E la donna, sempre più incattivita: “Siete solo degli ubriaconi”. A un certo punto un signore che indossa la maglietta con il simbolo della Lega Nord, con pochi capelli neri, una fronte molto spaziosa, il sorriso conciliante e un mento a punta, accorre per mettere pace. “Signora, guardi che la bottiglia è caduta giù per colpa del Tricolore”. E la signora, un po’ sudaticcia sotto un sole che arde viva Piazza del Duomo, depone le armi e sospira: “Ah beh, se è stato il Tricolore, chiedo scusa”. Up patriots to arms, engagez-vous, ma sullo sfondo del crepitante vociare della confusa folla che riempie per tre quarti Piazza del Duomo di Milano non risuona il ritornello della visionaria hit di Franco Battiato, ma le bordate dei clacson dei trattori verdi in fila come soldati dinanzi ai gargoyle della cattedrale, dinanzi al palco organizzato dalla Lega di Salvini premier (sì, la dicitura “Salvini premier” ancora non è stata rimossa e, d’altronde, con i tempi che corrono, non si sa mai).
Al grido di “Europa cristiana e mai musulmana”, circa 6000 persone sono partite in corteo da via Palestro, ricalcando il tradizionale percorso delle manifestazioni del 25 aprile e seguendo il carro e la voce di Alessandro Corbetta (il primo in assoluto a parlare di remigrazione in Italia), trainati da un grosso trattore, e si sono riuniti in qualità di patrioti sotto l’eterea Madonnina. “Chi ci dava in declino magari si ricrederà a giudicare da quanta gente c’era. Forse è anche meglio che nel 2018”, commenta il senatore Claudio Borghi, anche lui un po’ accaldato dal calore di questa precoce bella stagione. Conviene levarsi la giacca, allentarsi un po’ il nodo alla cravatta e ammirare la bellezza del Duomo di Milano, come fa l’ex europarlamentare Oscar Lancini, un tempo sindaco di Adro. Ai tempi vi fece erigere un monumento all’imperatore Nerone. “Gianni Morandi non cantava ‘genitore 1 mi ha mandato a prendere il latte’”. Il primo a prendere la parola sul palco è Mario Giordano e tra gli applausi sventolano decine di bandiere della regione Piemonte, Lombardia, tanti leoni di Venezia e aquile dorate del Friuli Venezia Giulia. Gadd Lerner si aggira per la piazza come un antropologo, in silenzio, prendendo appunti. Appoggiati alle transenne davanti agli scalini del Duomo ci sono tre ragazzini che somigliano al fenotipo del maranzino, salvo poi constatare la loro preparazione linguistica e politica, il che li pone piuttosto nell’olimpo della raffinatezza democristiana: “Io sono dell’idea che ognuno abbia il diritto di professare la propria religione. È anche uno dei principi della Costituzione italiana. Penso che un’Europa cristiana vada anche a ledere quelli che sono i rapporti internazionali dell’Europa e dell’Italia, che dal punto di vista non è perfettamente indipendente. L’Europa aspira a diventare una potenza indipendente a livello energetico, ma creando barriere culturali c’è il pericolo che questi rapporti economici vadano a ledersi, creando situazioni difficoltose per tutti noi italiani, emigrati o meno, non cambia”. Valevano una menzione queste parole, perché probabilmente portano la voce di tutti quei ragazzi egiziani che, un po’ incuriositi da tutto questo sventolare di bandiere e probabilmente incapaci di comprendere le parole e i caratteri della lingua italiana pronunciate e proiettate dal palco edificato per la remigrazione, osservano la manifestazione politica come si osserva una grande festa di paese. Impossibile per loro decifrare il significato dei pesanti slogan contro il velo, contro l’Islam. Tantomeno la parola Eurabia, citata molto spesso nei discorsi dei leader internazionali e sovranisti che si affacciano su Piazza del Duomo. Due ragazzini del tutto simili per abbigliamento e aspetto fisico ai primi incontrati vengono dall’Egitto. Hanno entrambi 14 anni e, alla domanda “ma cosa ne pensate di questa manifestazione?”, con sguardo un po’ confuso e un po’ timido rispondono solo: “Io non so, non parlo italiano”. Un po’ di francese? Nemmeno, solo arabo.Ci si sarebbe aspettato di vederli indignati alle parole dell’ex ministro delle Finanze estone e leader del partito Ekre, Martin Helme, oppure del vicegovernatore della Bassa Austria, di Vlaams Belang, di Andrej Babiš dalla Repubblica Ceca.
Non c’è verso di capirsi e, se questa barriera linguistica al tempo stesso li emargina dalla società italiana impedendo un’integrazione che rimane la sfida più grande per la politica del nostro Paese, al tempo stesso li protegge dalla violenza di questi slogan. Si era detto che si sarebbe parlato perlopiù di temi economici, ma i discorsi tecnici sulle problematiche dell’Unione Europea rimangono un piccolo abbozzo, racchiuso negli abitacoli di quei dieci trattori in fila sulla piazza, quando suonano il clacson tutti insieme per salutare l’ennesimo politico salito sul palco. “La nostra grande civiltà europea (…) come le conquiste musulmane dell’ottavo e nono secolo in Europa e nel sedicesimo nei Balcani (…) L’Ungheria deve restare ungherese, l’Estonia estone (…) I globalisti non sono brave persone, dovremmo trattarli peggio dei traditori”. Una piccola collezione delle tante parole pronunciate ieri, sabato 18 aprile. Ma nessuno dei “maranza”, immigrati di prima o seconda generazione, provenienti perlopiù dall’Egitto e dalla Tunisia, capisce queste parole. Solo uno di loro, a bordo di una bicicletta, con il tricolore avvolto a sé e il cappellino pro-remigrazione, dice che il male esiste ovunque, anche tra gli immigrati. Non tutti sono qui per delinquere, ma le regole vanno rispettate. La giornalista televisiva che porge il microfono al ragazzo è incredula: com’è possibile che non si riesca a trovare un maranza per una dichiarazione critica verso questa piazza? È davvero singolare, perché le parole utilizzate dai politici ospiti sono davvero pericolose. “Bisogna ristabilire la pena di morte per chi stupra”, azzarda la dolce e bella sovranista greca Afroditi Latinopoulou, che indossa un candido gessato bianco e un innocente sguardo da ragazza, mentre pronuncia parole pesantissime e divisive a livello etnico e religioso. “Piazza pulita in tutta Europa e in ogni quartiere”. Segue un videomessaggio di Santiago Abascal e, mentre le sue parole registrate scorrono in sottofondo, Luigi Dossena, storico della Lega Nord di Umberto Bossi, impeccabile con il suo baffetto bianco, se la ride con un libro nero in mano. È l’ultima delle sue creazioni pittoriche e satiriche sulla Lega di Salvini e s’intitola “La geogeografia tolemaica”. Giorgia, Giorgetti e Re Giorgio, il volto di Silvio Berlusconi su un’idra a tre teste, le banconote dello “yuannacci” e tanto, tanto altro sulla metamorfosi della Lega Nord, che ai tempi di Bossi “ce l’aveva duro e oggi ce l’ha Durigon”.
Intanto sale sul palco Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà dei Paesi Bassi: “Complimenti per la vittoria di Matteo contro quel pazzo del PM di Palermo. Salvini non verrà messo a tacere così facilmente. È un piacere essere qui nella terra di Oriana Fallaci. Questa è Eurabia, lei ci aveva avvertiti. Se non ci difendiamo la jihad vincerà e distruggerà il mondo che siamo riusciti a costruire noi e i nostri genitori. Le nostre radici sono ad Atene e Roma, non alla Mecca. Noi dobbiamo formare la nuova Lega di Lepanto”. Applausi, bandiere. Dei maranza di estrema destra si fanno scattare una fotografia arrampicati sul Vittorio Emanuele mentre fanno un saluto romano a Jordan Bardella, che intanto prende la parola con un italiano perfetto a livello grammaticale e semantico, ma con gli accenti tutti sbagliati. Ma che importa, d’altronde? In italiano gli accenti non si scrivono come in francese, quindi vale tutto. “Nella terra di Oriana Fallaci non possiamo dare spazio alle baby gang”, annuncia con tono da giostraio lo speaker durante l’intermezzo musicale disco-pop, molto simile a quelle canzoni che sparavano a palla sugli autoscontri. Ma d’altronde le baby gang, i maranza, sono i nuovi “terroni”, ma con una confusione nella testa degli elettori leghisti forse un po’ superiore. Infatti sono tante le bandiere sventolanti e in trepidante attesa del Capitano –“c’è solo un Capitano”, urla il coro – Matteo Salvini, che sale sul palco con una camicia di jeans verde militare e sottostante maglietta bianca (un po’ alla Zelensky –si starà forse ricredendo sull’Ucraina?). Sono tante, dicevamo, le bandiere e fra queste si scorgono alcuni turbanti Sikh indossati da alcuni uomini che, con lo sguardo fiero e una lunga barba curata, tengono in mano una bandiera molto particolare: un tridente blu su sfondo giallo che vagamente ricorda quello dell’Iran. È la bandiera del Khalistan, il movimento indipendentista Sikh individuato dal governo indiano come terroristico. Una sorta di “Lega Nord” del Punjab? “No, non siamo esattamente come la Lega, ma siamo anche noi un movimento secessionista che ambisce a un Punjab indipendente dal governo indiano, che tenta di reprimere in tutti i modi possibili”.
Così ci spiega Danish, che è in Italia da 12 anni e parla un perfetto italiano: “Salvini ha ragione. Chi viene in Italia deve rispettare le regole e la cultura italiane”. Secondo l’ex capo dei ministri del Punjab Amarinder Singh, il movimento in Punjab sarebbe supportato dai servizi di intelligence pakistani e dai simpatizzanti del Khalistan in Canada, Italia e Regno Unito. Mentre parlo con Danish, che nel frattempo mi sta spiegando che queste sono accuse tipiche della demonizzazione che il governo indiano fa del movimento indipendentista del Punjab, una signora con la bandiera della Lombardia, gli occhiali spessi come un fondo di bottiglia e i capelli corti interrompe la conversazione e domanda: “Ma tu saresti italiano? Cosa ci fai qui?”. La signora inizia a urlare e a litigare con uno dei ragazzi Sikh. Volano parolacce, la signora se ne va. Probabilmente non aveva notato che i militanti del movimento per il Khalistan, oltre alle bandiere dello Stato secessionista, sventolavano anche quella italiana. “Oriana Fallaci come Charlie Kirk”, intanto urla al microfono Matteo Salvini. C’è un po’ di confusione nell’aria e forse pure tra le file dei leghisti, ma poco importa. La messa è finita e, dopo un secondo di silenzio, il gran finale. I potenti altoparlanti sparano con tutta la forza che hanno “Go West” dei Village People. Lo stormo di piccioni che fino a quel momento aveva ascoltato diligente e ordinato le parole dei vari ospiti, spaventato a morte dalla disco music afroamericana anni Ottanta, spicca il volo e inizia a girare in tondo, scomposto, convulso e, come prevedibile, prende a scagazzare a destra e sinistra, inondando la piazza. Forse pure quei piccioni erano un po’ leghisti, ma chi può dirlo: forse è stato un semplice attentato terroristico andato a buon fine.