Pedro Sanchez è l’anti-Donald Trump. Perlomeno in Unione Europea. Il rifiuto del presidente del governo spagnolo di concedere le basi agli Usa per i raid contro l’Iran prima e la successiva decisione di chiudere i cieli iberici a tutti i velivoli impegnati nelle operazioni contro la Repubblica Islamica mostra un rilancio del dualismo tra Madrid e Washington che va di pari passo con l’antagonismo che separa i due leader. Progressista, di sinistra, emancipativo, ambientalista e non radicalmente occidentalista, Sanchez. Sovranista, conservatore, populista e fieramente identitario The Donald. Le premesse ideologiche bastano a tracciare un solco, ma il problema è eminentemente politico. Sanchez incardina una rivolta non solo contro il trumpismo ma anche contro le logiche strategiche e geopolitiche che esso manifesta che è sintomatico della rottura interna all’Occidente e, soprattutto, delle fratture che si stanno aprendo tra le due sponde dell’Atlantico.
La Spagna fa coincidere la propria sicurezza e la propria capacità d’azione nel mondo nell’esistenza di alcuni capisaldi chiari: la stabilità in Europa; un’apertura a commerci liberi e non vincolati; la disponibilità di materie prime a basso prezzo; un dialogo costante tra Occidente e Sud Globale che stabilizzi flussi migratori, integrazione politica, cooperazione (e competizione) economica tra aree del mondo, libero scambio. A suo modo la Spagna vive nel mondo che il primo ministro canadese Mark Carney ha narrato a Davos, un mondo con spazio per le “medie potenze” industriose e operose. A ciò Sanchez aggiunge un portato politico personale: dopo 8 anni al potere, il capo del governo socialista, alleato alla sinistra radicale e agli autonomisti, cavalca l’opposizione a Trump per portare avanti la propria agenda politica interna ed europea. Ci sono diversi trend che alimentano questa percezione. Il primo è legato alla volontà di Sanchez di giocare un ruolo nella politica europea maggiore rispetto al peso della Spagna. Il suo Partito Socialista Operaio di Spagna (Psoe) è l’unico tra le formazioni europee del campo dei Socialisti e Democratici a guidare un esecutivo nei maggiori Paesi dell’Ue. Minoritari i socialisti francesi, all’opposizione il Partito Democratico italiano, ridotto a junior partner quello socialdemocratico tedesco, il Psoe è ad oggi dunque un punto di riferimento per i progressisti di tutto il Vecchio Continente. La formazione esprime la vicepresidente della Commissione, Teresa Ribera, che peraltro per le deleghe alla Concorrenza si è spesso trovata a incrociare le spade con le tecno-oligarchie americane. Sanchez si presenta come l’alfiere del patriottismo europeo anche per i suoi inviti a regolare le piattaforme social, a ridimensionare X, Meta e gli altri colossi, a non abbandonare la transizione green, a difendere le politiche più minacciate dalla destra. Un modo per tenere attivo un campo socialista spesso in difficoltà elettoralmente e che oggi governa, oltre alla Spagna, solo Danimarca e Malta.
Segue, poi, il desiderio di Sanchez di usare in politica interna questa dinamica. Con meno del 20% di favorevoli, la Spagna è uno dei Paesi che è più critico della politica internazionale di Trump. I socialisti stanno usando l'arma dell'anti-trumpismo per andare in scia a quanto fatto dal Partito Laburista australiano e dal Partito Liberale canadese nel 2025: presentarsi come gli alfieri della resistenza a Washington per difendere le proprie fortune elettorali. Il Psoe è tra due fuochi: il Partito Popolare, che guida l'opposizione, ha una posizione moderata e conservatrice ed è una forza importante nella destra spagnola, ma Sanchez è particolarmente preoccupato della sua saldatura con l'estrema destra di Vox. I socialisti, dati al 27-29% nei sondaggi, sono due-tre punti sotto i popolari, dati al 31-32% nelle rilevazioni, e staccano di una decina di punti Vox che, indicativamente, è scesa sotto il 20% nelle rilevazioni nazionali dopo lo scoppio della guerra di Usa e Israele, che sostiene fieramente, all'Iran e la risposta della Moncloa. Sanchez usa spesso il riferimento storico del “Trio delle Azzorre” del 2003, ricordando come il suo predecessore José Maria Aznar, popolare, si unì a Tony Blair e George W. Bush per l’ultimatum di Usa, Regno Unito e Spagna a Saddam Hussein affinché lasciasse il potere in Iraq. Decisione, questa, che fu prodromica alla guerra e all’invasione, a cui Madrid diede il proprio assenso partecipandovi fino al doloroso attentato dell’anno successivo che sancì, peraltro, il disastro politico per il primo ministro, sconfitto al voto da José Luis Zapatero.
Con la “singolar tenzone” con Trump, inoltre, Sanchez riesce a sanare anche i rischi di accusa di “doppio standard” agli occhi dell’opinione pubblica progressista. Politico scaltro e pragmatico, nelle fasi di necessità mette il pragmatismo davanti all’ideologia. Il leader che, ad esempio, ha fortemente criticato Israele per la guerra di Gaza ha tollerato l’accordo della Difesa iberica con aziende israeliane per le forniture militari (come missili anticarro Spike della Rafael) e di fatto sanato, la posizione del Marocco sul Sahara occidentale avvicinandosi alla linea di Rabat, che sostanzialmente verso i saharawi ha un atteggiamento non dissimile da quello di Tel Aviv in Palestina in termini di mire materiali sul territorio. Non mancano nemmeno gli acquisti militari dagli Usa: “secondo il Rapporto sugli Approvvigionamenti 2024 del Ministero della Difesa, i vari enti affiliati (il governo centrale, lo Stato Maggiore della Difesa, l'esercito e la marina) hanno stanziato 7,468 miliardi di euro, suddivisi quasi equamente tra il bilancio annuale dell'anno in corso (3,688 miliardi di euro) e i fondi differiti su più anni (3,78 miliardi di euro a partire dal 2025). Dei 7,5 miliardi di euro (8,74 miliardi di dollari) totali, quasi un terzo, circa 2,23 miliardi di euro (2,6 miliardi di dollari), è stato destinato agli Stati Uniti”, nota El Pais. I dati 2025 saranno sicuramente ridimensionati, complice il ritorno di Trump al potere e ReArm Europe, ma il trend è chiaro, c’è un rapporto tra Madrid e Washington che non può essere obliterato. Con sagacia, Sanchez prova a navigare in acque complesse usando l’antitrumpismo come leva per la durata al potere e per preparare una lunga campagna elettorale che lo porterà all’estate 2027, quando Madrid tornerà al voto. Nel frattempo, si gode la popolarità in una sinistra europea senza punti di riferimento se non il leader progressista spagnolo che con queste azioni potrebbe anche preparare un futuro post-premiership. Vista la sovraesposizione mediatica, non dovrà stupire a nostro avviso se negli anni a venire sentiremo Sanchez candidato per organismi quali l’Onu, la Nato e via dicendo. Difendere il multilateralismo oggi può dare, potenzialmente, vantaggi domani. E non è da escludere che anche a questo il leader di Madrid stia pensando