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2 aprile 2026

"Sanremo è inattuale ma contemporaneo". I conservatori? "Un luogo di bassezza incredibile". L'intervista totale di MOW a Enrico Melozzi

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

2 aprile 2026

Scarponcini, borchie e capelli ribelli: difficile scambiarlo per un direttore d’orchestra. Eppure Enrico Melozzi, tra i volti più iconici dell’orchestra di Sanremo dopo Peppe Vessicchio, racconta Festival, polemiche e declino culturale italiano senza filtri

Foto: Peppe Caggiano

"Sanremo è inattuale ma contemporaneo". I conservatori? "Un luogo di bassezza incredibile". L'intervista totale di MOW a Enrico Melozzi

Se la sua fama non lo precedesse difficilmente lo s’identificherebbe, a prima vista, come un direttore d’orchestra. Scarponcini, jeans neri, giacca di pelle con le borchie, capelli neri lunghi crespi e scompigliati, barba e sguardo indolente appoggiato al bancone dell’Ariston, ordina un caffè durante la pausa delle prove per la serata dei Big. Enrico Melozzi, classe 1977, violoncellista, compositore e direttore d’orchestra d’altronde ha avuto un percorso artistico molto particolare. Una sorta di Battiato della musica classica, sperimenta sin dalla tenera età l’ebrezza della scrittura musicale. Quella teoria musicale che i bambini odiano, lui la sottomette al suo precoce fuoco creativo che lo porterà a diventare il più iconico fra i direttori dell’Orchestra di Sanremo dopo Peppe Vessicchio. Tutta colpa di Mozart, che lo folgora attraverso l’interpretazione di Tom Hulce nel film Amadeus. Da lì inizia ad ascoltare ossessivamente la musica del compositore di Salisburgo, a trascriverne la musica, così complessa ed elegante su un piccolo computer nella sua cameretta, nella sperduta Teramo d’Abruzzo. Un ribelle e un controcorrente che quest’anno nel T-Space di Joydis a Sanremo è stato intervistato dal direttore di MOW, PISTO. In Piazza Bresca, peraltro, dove Melozzi, ci ha detto non vederci male una propria statua, un po’ come quella di Mike Bongiorno. In occasione dell’arcinota ed arci italiana kermesse che attira a sé tutta lo stivale insieme con tutto il suo star system si è discusso un po’ di tutto, perché la musica che va in scena a Sanremo è lo specchio di un paese, investito perennemente da polemiche su praticamente qualsiasi cosa. Dall’ambiente malsano dei conservatori - di cui MOW ha peraltro ha realizzato un’inchiesta molto apprezzata dal Maestro - si è giunti fino al caso della Fenice e di Beatrice Venezi e sullo stato dell’arte delle nuove generazioni e su quanto vi sia ancora da fare per invertire il declino culturale di questa nazione. Sanremo, d’altronde è un evento totalmente atipico nell’era dell’iperscrolling e dell’accelerazione, portando più dieci milioni di telespettatori a restare incollati per circa quattro ore, per cinque sere di fila, di fronte ad uno schermo. E checché se ne dica, è tutto bellissimo e certe cose, vanno dette, a prescindere.

PISTO e Melozzi
PISTO e Melozzi che parlano al T-Space in Piazza Bresca a Sanremo

Sei uno bello diretto come ci piace a noi. Dici le cose, te ne freghi un bel po' del sistema, e a volte certe cose vanno dette e bisogna dirle, a costo di prendersi tutte le parolacce, gli insulti del mondo. Infatti io ti chiedo: questo Sanremo, che tutti dicono noioso, com'è?

Allora, ieri sera secondo me abbiamo vissuto una pagina storica di televisione italiana. Una serata incredibile di televisione ad altissimo livello di performance e di libertà. C'erano delle canzoni anche davvero complesse. Raramente si è avuta una simile libertà espressiva e bellezza di realizzazione. Ieri sera, infatti hanno vinto proprio la scrittura musicale di arrangiamenti particolari, delle luci e delle immagini. È stato un racconto televisivo bellissimo, uno dei più belli che secondo me si sono visti negli ultimi anni. Una delle serate cover più belle di sempre. Poi ci sarà stato pure qualche calo, ci può stare, ma su 30 performance insomma, è pure normale. Questa è la serata che fa più ascolti di tutto l'anno e che costa meno, tra l’altro. C'è un budget abbastanza piccolo con cui vanno coperte tutte le spese del festival che sono altissime. Anche solo stare qui con lo staff costa parecchio. Diciamo che la maggior parte dei soldi viene assorbita da questa città. Con pochi soldi si mette su una serata che vale milioni e milioni di euro.

Questo è il tuo decimo Sanremo, tra l’altro

Sì, purtroppo sì, vorrei fosse il primo. E mi accontenterei di una statua.

In piazza Bresca?

In piazza Bresca, io con il mantello. Sì, mi piacerebbe.

Raccontami qualcosa del tuo primo Sanremo.

Ma il primo Sanremo è stato tutto. Nulla succede per caso, perché davvero ero alla ricerca di questa esperienza. L’orchestra di Sanremo è l'unica vera grande orchestra in Italia dove vengono mescolate sia le sonorità pop, rock e dell'elettronica – perché ci sono le tastiere, i sintetizzatori, le chitarre elettriche, le chitarre acustiche, le batterie eccetera – con tutta la parte sinfonica: i violini, gli ottoni eccetera. Sono sempre stato un bipolare musicalmente. Ho coltivato tantissimo la musica classica, ma anche le sale prove in cantina quando ero piccolo. Ho avuto molte band rock pop in Abruzzo, a Teramo. C’era il gruppo in cui cantavo, l’altro in cui rappavo, uno dove suonavo la chitarra, uno in cui suonavo la batteria, quello in cui facevo il programmatore, ma c’era anche dove suonare la tastiera. Al liceo classico, poi, ero rappresentante d’istituto e pure lì avev avevo una band. Ci divertivamo come pazzi. Era un continuo sperimentare di linguaggi e di stili. Per questo l’orchestra di Sanremo era per me la fusione ideale di tutti quei mondi. Però non esisteva un bando, una lista dove tutti si iscrivono.

Infatti, come funziona?

E’ l’artista a chiamarti. In quel caso fu Noemi. Capitò a un mio concerto dove io presentavo un disco alla Casa del Jazz a Roma. Avevo appena prodotto un album di Sarah Jane Morris, un disco meraviglioso che si chiama Cello Songs. Ma non fu un caso. Quel disco era promosso da Rinalda D'Aloia, una colonna portante della promozione discografica d'Italia e soprattutto di carature internazionali in quanto rea a fare le promozioni dei più importanti gruppi internazionali della Sony qui in Italia. In quel caso Sarah Jane Morris, essendo un’internazionale, era roba sua. Questa è la storia. Quando è successo io ero sotto shock. Ero ansiosissimo di fare bene. Ero tutto il contrario di come sono adesso.

Ricordo che però da sempre ti presenti con questi capelli da ribelle

Sì, però ricordo che alla prima presentazione Noemi mi disse: “Enrico muoviti un pochino, sembri il cartonato di te stesso”. Io mi cagavo sotto.

In quei momenti come te la vivi?

È un cinema. Mi ricordo che ero nel panico appena entrato all’Ariston. Alle prove a Roma non mi sentivo in cuffia. Mi giro, vedo un mixer, alzo il volume. Anziché alzare il volume mio ho alzato quello di tutta l'orchestra. Distorsione. Un ottimo modo per presentarsi ai colleghi no? E poi all’Ariston mi persi il pass, dovetti andare a fare denuncia. Però musicalmente ero iper preparato, anche troppo. Lo sono ancora, però adesso faccio tutto con molta più velocità. All’epoca ero più lento e maniacale. Infatti successe una cosa bellissima quando dovetti arrangiare Amarsi un po’. La moglie di Battisti non era d’accordo. Andò in conferenza sul telegiornale, TG1 in apertura: “la moglie blocca”. Poi alla fine acconsentì. eci questo arrangiamento bellissimo che durava un botto. 4 Quattro minuti e 51 secondi. “Taglia ragazzì, taglia, devi tagliare” mi dissero. Ma no ma non me lo tagliate vi prego, ci ho lavorato tantissimo. “Ce ne frega un cazzo, devi tagliare, 4 minuti e 51 non se può fare.” Allora dissi: vi prego, almeno fatemelo sentire una volta. Una volta sola e poi lo tagliamo. “Vabbè, fallo”. Attacco. Arrivato intorno alla metà del pezzo e la stessa persona che mi aveva detto “taglia” mi guarda e mi fa: “va bene, fallo tutto”. E lo facemmo tutto. Era lunghissimo ma era scritto molto bene, quindi sembrava più corto. E’ stato un bel momento di spettacolo. Uno dei miei primi record l'ho fatto proprio nel primo anno. Poi ci fu un’altra canzone della Madonna, “solo parole”.

E poi come è che da uno sono diventati due pezzi, quest'anno tra l'altro sono tre, ma forse un anno ne hai fatte anche quattro.

Sì, ne ho fatti pure quattro, cinque, non mi ricordo più. Devo molto alla figura di Fabrizio Ferraguzzo, perché Ferraguzzo che ora è il produttore e manager dei Måneskin, a quell'epoca era una iena della Sony. Aveva visto in me questo fuoco, anche la mia dimestichezza di trattare con l'orchestra, la mia autorevolezza. E poi in quel periodo c'era il voto dell'orchestra, che votava il pezzo. Cioè il voto dell'orchestra andava a influire sulla gara. Quest'anno da un po' di anni non è più così. All’epoca ero molto gettonato. Proprio perché scrivevo arrangiamenti molto virtuosistici per l'orchestra. Scrivevo parti di virtuosismo per il flauto, per l'oboe e per gli strumenti che di solito vengono completamente ignorati. Scrivevo per tutti grandi passi orchestrali, così loro si entusiasmavano e questo entusiasmo si riversava sul brano in gara. Prendevamo i punti e quindi si andava avanti. I Måneskin hanno vinto quel Sanremo grazie a un voto importante dell'orchestra che spinse il loro risultato. Diciamo che non erano partiti benissimo.

Melozzi
Melozzi

E chi vince questo festival?

Potrei sbagliarmi, anzi mi sbaglio sicuramente, però ieri sera a mio avviso il festival è stato perso da Fedez e Masini. Fino a ieri ero convinto che avrebbero vinto loro. Quella cover, però, non mi aveva convinto molto quando l'ho ascoltata. Quel calore tutto italiano, nonostante sia molto moderno come suono, non c’è nell’idea di Hauser. La voce di Masini, calda in quel modo, spacca, perché Masini è un mostro e Fedez ci ha messo la quota giovani. Fin qui tutto bene, ma Hauser, che tra l’altro è un grandissimo violoncellista e un collega, vede l’italianità in un modo che gli italiani non riconoscono come tale. Un po’ come Tarantino quando si ispira ai film italiani. Suona un po’ come un’imitazione, capito? E quindi secondo me si è raffreddato molto l’arrangiamento, che comunque era molto di classe, oltre che molto “instagrammabile”. In quella serata, però, ci voleva più fuoco, più calore.

Tu hai detto una cosa: secondo me il pezzo più identitario di questo Sanremo è quello, perché è un’unione intergenerazionale

E poi ovviamente c’è “Dito nella piaga” che mi è piaciuto tantissimo.

Hai parlato di “instagrammabile”. Ormai tutto viene fatto in funzione in funzione di Instagram

È sempre stata così pure per la radio, che poi si è evoluta. Il problema non è Instagram, il problema sono i tempi di attenzione medi delle persone umane di oggi. Instagram è una piattaforma che semplicemente si adatta. Non credo che influenzi molto l’arte. Credo che forse, se si deve fare un’operazione sui giovani oggi, sia necessario investire miliardi per aumentare la loro soglia di attenzione. Non dico di portarla chissà a quale livello, quantomeno invertire la tendenza. I tempi di ascolto medi su Spotify sono di due o tre secondi a canzone. “Ah, non mi piace, scrollo”, un meccanismo che si ripercuote anche sui rapporti umani. “Questa ragazza o questa serata non è andata bene”, boom, scrollo. Invece no. I rapporti sono fatti anche di delusioni, di ricostruzioni, di ascolto.

Questo Sanremo è molto contemporaneo, perché alla fine è vero che è tutto instagrammabile, ma rimane al tempo stesso quell’evento che finisce tardi, che tiene tutti incollati alla tv per un tempo inimmaginabile altrove

Quasi 12 milioni di persone se ne stanno lì per quattro ore ad ascoltare canzoni senza poter scrollare: è una grande cosa. È un’operazione culturale importante. Sono sempre a favore di Sanremo. Bandirei le polemiche… anche se la polemica serve. Secondo me a volte viene pure creata ad hoc. Quella di ieri del bacio Levante–Gaia è totalmente inventata. Siccome la polemica è inventata da persone che non capiscono niente di quell’argomento, di solito la “stronzata” è stata fatta da chi ha ideato il bacio finale, fondamentalmente, perché l’ha reso invisibile. C’è il Q-Pilot: una tecnologia che stacca le camere in base al ritmo musicale ed è preprogrammato sui Bpm della canzone. Poi il regista, se vuole, può cambiare questa cosa. È una tecnologia meravigliosa. Probabilmente questo bacio è arrivato un po’ in ritardo o un po’ troppo in anticipo sulla musica. Poi sarebbe bello un giorno provare a fare questa cosa dal vivo: io do un bacio a te e vediamo la prontezza del cameraman. Come cazzo fai a pensare a un complottismo del genere?

La vera polemica è quella su Chiello e Morgan. Come è andata veramente?

Non lo so perché non c’ero. Io sono molto amico, tra l’altro, di Marco Castoldi. Mi piace tantissimo, lo amo in tutte le sue espressioni. Abbiamo lavorato insieme, abbiamo fatto “Rolls Royce” con Achille Lauro, di cui io mi pregio di essere stato l’arrangiatore e il direttore. In quell’occasione Lauro dovette molto alla presenza di Marco su quel palco. Non lo so come è andata, ti ripeto. So solo che mi è dispiaciuto tantissimo, tantissimo, perché Marco sembra vivere una maledizione con questo festival. A partire da quel famoso anno in cui fu escluso perché dichiarò di fare utilizzo di droghe. Va bene che bisogna dare l’esempio, però ragazzi esiste anche questo in natura. Lui è stato sincero ed è stato punito per la sua sincerità. Fu ridicolo tutto il battage mediatico intorno alla cosa. Poi ci fu l’affaire Bugo, che tra l’altro mi odia per come la penso. Se lui avesse avuto le palle avrebbe risposto al dissing di Morgan sul palco. Sarebbe stato un capolavoro e invece non se l’è sentita, si è fragilizzato e se n’è andato. Non è una bella attitudine. L’attitudine è il palco: il palco è quello. Morgan comunque quella cosa lì, sì, nella sua follia l’ha fatta e la porto nel cuore, come tutti noi, credo.

Assolutamente. A proposito di “attitudine” e di rock and roll. Tu ce l’hai sicuramente, ce l’hai sempre avuta. Quindi ti voglio chiedere un po’ dei tuoi inizi, perché è quello che si sa meno. Si sa meno da dove arrivi. Com’è che diventi direttore d’orchestra? Com’è che ti appassioni alla musica classica?

Da ragazzino vedo Amadeus e rimango folgorato. Lo vedo e dico: questo dev’essere il mio lavoro. Un po’ da scemo, lascio che Mozart diventi il mio supereroe. Inizio ad ascoltare tutta la sua musica in maniera ossessiva. Avevo sette, otto anni. Inizio a vivere in funzione di Mozart. Poi da lì a poco ci sarebbe stato il bicentenario mozartiano, quindi iniziano a uscire tutte le pubblicazioni, i dischi… e inizio un trip con Mozart. Davvero, diventa il mio idolo. E ancora lo è. Io oggi sono legatissimo a questo personaggio, lo amo. E poi ho iniziato a scrivere con un’amica su un vecchio computer che aveva un programmino che suonava la musica messa per iscritto. E così ho imparato in maniera autonoma a distinguere gli accordi, ma non sapevo neanche come si chiamavano quegli accordi. Non sapevo se si trattasse di un maggiore, minore, diminuito, aumentato… non sapevo niente. Quei nomi glieli ho dovuti ridare dopo, quando sono andato in conservatorio e hanno cominciato a spiegarmi quelle regole che io già tutte conoscevo.

Non sapevi i nomi degli accordi?

Esatto, quindi ho solo poi dovuto fare un’associazione. Al conservatorio ero un mezzo fenomeno. Ho fatto delle mattate pazzesche, veramente.

Tipo?

Una volta ho lanciato un banco al mio presidente, commissario esterno, all’esame di ottavo, perché mi mise 8. Mi diceva: “Guarda, io ti voglio dire una cosa Melozzi: ti ho messo 8 e non 10 perché poi fra due anni tu hai il diploma. Se ti avessi presentato con 10 al diploma ti avrebbero torchiato, invece con 8 ti ho facilitato il percorso”. Acchiappai il banco e lo lanciai. Ovviamente mi fermarono in venti. Io sono un pazzo. Come ti permetti di mettermi 8 per aiutarmi? Se valgo 10 tu mi devi mettere 10. Non ho mai potuto sopportare queste cose. Non ho mai potuto sopportare il conservatorio. E’ un luogo di bassezza incredibile.

PISTO e Melozzi
PISTO e Melozzi

Noi abbiamo fatto un’inchiesta sui conservatori, tra l’altro.

La conosco benissimo e ti ringrazio per averla fatta. È arrivato il momento di cambiare radicalmente. Il conservatorio già faceva schifo quando ci andavo io. C’era qualche elemento, qualche maestro, qualche caso isolato, qualche mosca bianca che lottava per la qualità, ma venivano messi da parte perché i professori bravi sono scomodi al sistema. Poi sono gli stessi docenti a votare il direttore: questa è la prima regola che va cambiata nei conservatori. Il direttore non deve essere nominato dai docenti, perché si crea un rapporto malsano. Bisogna togliere questa regola. I docenti devono ricominciare a essere scelti tra le eccellenze, non tra quelli che hanno più tempo di compilare le domande e seguire le trafile burocratiche. Oggi l’insegnante di conservatorio è diventato un burocrate. Bisogna riportare tutto in mano agli artisti. I conservatori devono tornare a essere centri di arte, non di burocrazia. E poi va invertita la scala con cui si assegnano gli insegnanti agli alunni. Oggi i più bravi vanno agli allievi più grandi, mentre i bambini piccoli li diamo ai praticanti. Invece bisogna fare esattamente il contrario. Tutti i più grandi artisti dovrebbero fare un patto sociale con la nazione e andare a insegnare ai bambini più piccoli l’arte. Perché al bambino devi accendere il fuoco, devi dargli gli strumenti per accendere il fuoco dell’arte. Poi, man mano che salgono di livello, non hanno più bisogno di artisti ma di tecnici che li rifiniscano, che li sistemino. Ma l’arte la devi seminare quando sono piccoli. Invece vediamo i bambini affidati a degli incompetenti. “Vabbè, tu non sai fare un cazzo, vai a insegnare ai bambini”. Ma che stai dicendo? Se sei bravissimo devi andare dai bambini. E invece ci mettono i cani. Così la nazione la ammazzi.

Questo è un problema che riguarda tutta la linea della cultura in Italia. È tutto sbagliato. Tutto non meritocratico

Abbiamo un FUS che fa ridere, dotato di quattro soldi. Se tu prendi il FUS e poi sei anche quello che sceglie il capo del teatro, questa è un’altra cosa sbagliata. O mi dai quattro miliardi di FUS: allora lo Stato può dire “Io ti do i miliardi, quindi comando io”. Ma se mi dai due lire vuoi pure comandare? O chiudiamo il FUS o ci mettiamo tre zeri in più. Rimettiamo il teatro in mano agli artisti. Ci sarebbero tantissimi artisti disposti a gestire i teatri gratuitamente, ma con la piena libertà di cartellone e di scelte. E la gente ci andrebbe. Invece no: teniamo questi cavolo di teatri come se fossero un salotto buono. A teatro ormai ci vanno tutti. Il teatro è diventato un luogo dove non si fa più teatro. Un tempo, se andavi bene a teatro, andavi in televisione. Così era ai tempi della televisione in bianco e nero: la televisione si nutriva di quelli che a teatro spaccavano, di quelli che erano già famosi. Pensa alla Orfei, per esempio. Poi a un certo punto è diventato il contrario: se vai in TV allora vai a teatro. Anzi, prima vai forte sui social, poi vai in TV e solo allora vai a teatro. Il meccanismo non lo possiamo demonizzare a prescindere, perché ormai funziona così. Ma io dico: lasciamo liberi i teatri di crescere e svilupparsi. Diamoli in gestione alla gente. I cittadini sarebbero felici di occuparsi dei propri teatri. L’ho visto quando ho occupato i teatri. Io li ho occupati davvero. Mi sono beccato le condanne. Ho fatto trentasei processi. Ho occupato anche il Teatro Valle, ma lì non mi hanno né denunciato né condannato. Per altre cose invece ho preso anche una condanna a 500 euro di multa, poi sospesa. Però quando mi controllano il passaporto ogni tanto i poliziotti mi guardano così… Sulla cultura bisogna fare veramente tantissimo. Siamo indietrissimo. Siamo quasi rovinati. Siamo davvero al limite.

E qui arriviamo alla Fenice di Venezia. Che ne pensi tu di quanto è successo?

Secondo me l’orchestra della Fenice ha fatto un errore clamoroso. Se proprio si voleva fare quello che hanno fatto, bisognava almeno darle l’opportunità di mettersi alla prova. Se lei fosse salita sul podio e non avesse raggiunto i risultati necessari, allora a quel punto la protesta sarebbe stata legittima. Così invece è assurdo. Come fai a dire, sulla base del curriculum, che “non è sufficiente”? È come se io dicessi: “Sì, però in fondo l’orchestra della Fenice non è poi questa grande orchestra”. Sulla base di cosa? Dire queste cose significa aprire la porta al ribaltamento di questi stessi concetti. E questo diventa molto pericoloso per i musicisti. I musicisti vivono in un mondo effimero, non concreto, non palpabile. È molto pericoloso giudicare un musicista sul terreno dell’impalpabilità, perché quel concetto si può invertire e diventare un’arma. Mi meraviglia che i sindacati abbiano usato questo argomento per attaccare qualcuno, perché quel qualcuno un domani potrebbe attaccare i lavoratori dello spettacolo sugli stessi presupposti. È un autogol clamoroso. Tecnicamente è un suicidio.

 

Come si fa a ribaltare questo danno perpetuo che si sta facendo alla cultura? Da dove bisogna partire?

Dall’infanzia. Dalla scuola. Dagli asili nido. Dall’educazione. Io, nel mio piccolissimo, non sono nessuno. Però, finito Sanremo martedì prossimo, ho un tour in Abruzzo negli asili nido e nelle scuole elementari, tra prima e seconda. E poi a maggio andrò nelle Rsa a incontrare proprio gli altri piccoli.

Bellissimo.

Il mio progetto è quello di creare un asilo-Rsa dove piccoli e vecchi si scambiano compagnia, sapere e tradizioni.

E cosa insegni loro? Vai sul tecnico?

No, no. Vado a portargli la mia energia. È solo quello: uno scambio energetico. Io vado a nutrirmi della loro energia e porto il mio entusiasmo, la mia voglia di musica, di bellezza, di arte. Ovviamente alcuni saranno così piccoli da essere ai limiti della capacità di intendere e di volere, ma la percezione, la vibrazione, la sentono.

Mi spieghi una cosa: quei movimenti che fate, c’è una tecnica o è solo istinto?

C’è ovviamente una tecnica. Ma quando si parla di tecnica è un po’ come chiedersi se Ronaldo, quando palleggia, segua una tecnica. Poi però Ronaldo come lo fa? Maradona come lo fa? Ognuno ci mette del suo. Io, per esempio, sono mancino. La bacchetta teoricamente andrebbe tenuta con la destra, perché i bassi stanno sempre a destra e il ritmo lo portano loro. Quindi più la bacchetta sta vicino ai bassi, più il ritmo è coerente. Ma io d’istinto la prendo con la sinistra, perché sono mancino. Faccio tutto con la sinistra. C’è chi mi dice che tengo la bacchetta nella mano sbagliata, ma io preferisco lavorare così. E raramente uso la bacchetta: è una cosa mia. Certo, non sono il direttore d’orchestra con il gesto più bello del mondo, ma l’importante è farsi comprendere dall’orchestra. Il lavoro del direttore d’orchestra, tra l’altro, è molto diverso dal semplice gesto. Ho visto giornalisti – ho visto Corrado Augias – giudicare una direttrice d’orchestra in base al gesto. Siamo arrivati al punto che la gente si alza la mattina e dice: “Quello non sa dirigere perché muove troppo la testa”. Ma stai zitto. Davvero, stai zitto. Non si può sentire. L’unica cosa positiva è che si parla di musica, si parla di teatro. Ma teatro, musica e direzione d’orchestra avrebbero bisogno di una pubblicità positiva a prescindere. Solo per il fatto di aver deciso di dedicare la propria vita alla musica dovrebbero essere idolatrati, non insultati, offesi o osteggiati. È davvero assurdo quello che ho visto. Mi dispiace tantissimo. E spero che non accada più. Non deve accadere più. Perché questo modo di cercare i diritti distruggendo e demolendo il prossimo è quanto di più lontano da cultura e ascolto ci sia al mondo.

Beh, ma questo è un problema di questi tempi. C’è una violenza pazzesca, Direttore…

 

C’è una violenza pazzesca. E invece la musica dovrebbe insegnare valori completamente opposti. Anche se i lavoratori avessero percepito quel gesto come una violenza nei loro confronti, secondo me la questione era un’altra. Quella battaglia ha messo in pericolo tantissimi lavoratori dello spettacolo.

Senti però: in questo contesto come fai a resistere intellettualmente, come fai a resistere culturalmente? Perché il contesto è quello dell’iperdistrazione

Anzitutto bisogna studiare sempre. Tutti i giorni. Studiare significa sia i classici sia tutto quello che è successo in passato, ma anche quello che succede oggi. Poi bisogna cercare di coniugare le cose. Io sono in una fase in cui sto cercando di espandere il mio pubblico il più possibile, cercando anche di accontentarlo: facendo cose folli, sfociando nel trash, entrando a gamba tesa su certi argomenti per aumentare i miei follower. Poi, una volta fatta questa operazione di acquisizione, restituisco prodotti culturali. Quello che guadagno a Sanremo lo investo per registrare una sinfonia, un’opera lirica, un brano di musica – tra virgolette – colta. Cerco di dare lavoro a un’orchestra sinfonica, di fondarne il più possibile. Cerco di investire questi capitali presi, diciamo, alla Robin Hood: rubo al mainstream per dare all’underground. È una cosa che faccio da tanto tempo. Già all’inizio mi dissero: “Non andare a Sanremo, sennò ti rovinano, non ti fanno più dirigere le orchestre, la musica classica ti odierà”. Io invece ho detto: “Non me ne frega un cazzo. Ci vado lo stesso”. Così posso raggiungere un pubblico molto più vasto e, piano piano, convertirlo alla musica classica. E funziona, perché i miei concerti classici sono sempre pienissimi. Pieni di gente, di giovanissimi che vengono, ascoltano la musica classica, ascoltano le mie opere liriche. A un certo punto magari entra un personaggio pop con l’orchestra classica: il crossover. Secondo me, piano piano funziona. È più difficile, ci vuole tempo. Però il pubblico non va sottovalutato. Molte maestranze sbagliano perché pensano che il pubblico sia culturalmente limitato. Invece il pubblico va invogliato. Bisogna fare proposte. Se li metti di fronte a qualcosa di molto complesso, piano piano lo digeriscono. C’è questa storia che il pubblico non capisce un cazzo. È una cosa orribile. Molto romana: “La gente non capisce, quindi non ti preoccupare”. Invece non è vero. L’unica verità è che ci siamo imbastarditi parecchio. Quindi viva la cultura!

Viva!

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Peppe Caggiano

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di Michela Morellato

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