Forse è meglio che Donald Trump inizi a considerare con estrema attenzione i segnali nefasti che si stanno moltiplicando attorno a lui. Già, perché la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, ossia la "camera bassa" che, insieme al Senato, costituisce il Congresso Usa, ha appena votato una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe americane dalla guerra in Iran. Certo, parliamo di un fatto meramente simbolico visto che il provvedimento, qualora dovesse ottenere l'approvazione anche del Senato, può essere stoppato dal veto presidenziale e finire in un nulla di fatto. Allo stesso tempo, però, è altrettanto vero che la suddetta risoluzione è stata adottata in una camera a maggioranza repubblicana grazie all'apporto di quattro membri... del Partito Repubblicano di Trump che si sono uniti ai Democratici. Si tratta del primo avvertimento trasversale inviato all'inquilino della Casa Bianca per fargli capire che il conflitto in Medio Oriente, ormai in stallo dopo quattro mesi di operazioni inconcludenti e negoziati inefficaci, ha rotto il caz*o.I sondaggi, intanto, parlano chiarissimo: la guerra in Iran ha danneggiato la popolarità del tycoon, e questo è un bel guaio per un politico che ha trasformato l'immagine pubblica nel suo principale punto di forza. Più della metà degli americani ritiene poi che la guerra contro Teheran, fortemente voluta da Trump, sia stata un errore. Peggio ancora è il feedback sulla gestione dell'economia nazionale, tra aumenti del costo della vita e rincari energetici. Insomma, se la situazione non cambierà in fretta un clima del genere danneggerà il Partito Repubblicano nelle sempre più vicine elezioni di midterm in programma a novembre.
“Ricordate: l'Iran ci ha dichiarato guerra 47 anni fa. Gridano 'morte all'America'. Il presidente sta cercando di proteggere la popolazione”, ha dichiarato il presidente della Camera, Mike Johnson, nel tentativo di supportare la decisione di Trump di attaccare Teheran. Molti altri repubblicani hanno tuttavia espresso frustrazione per il fatto che la guerra non sembri avere una fine chiara in vista. I colloqui per porre fine alle ostilità non stanno producendo risultati concreti, il cessate il fuoco annunciato dal tycoon è fargilissimo e le sue dichiarazioni contradditorie non fanno altro che aumentare l'incertezza. In ogni caso, la normativa statunitense consente al presidente in carica di impegnare le forze armate in un conflitto senza ricevere l'autorizzazione del Congresso per un massimo di 60 giorni. La guerra contro l'Iran, iniziata ufficialmente il 2 marzo, avrebbe quindi richiesto un via libera parlamentare entro il primo maggio. L'autorizzazione non è mai arrivata perché, a detta della Casa Bianca, il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso aprile avrebbe sospeso il conteggio dei 60 giorni, rendendo così inutile un voto del Congresso. Lo scontro tra Trump e le istituzioni, al momento, è rimandato.
Il tempo stringe e Trump sa bene di non poter andare avanti all'infinito. Anche perché l'economia statunitense sta soffrendo. Il Financial Times ha scritto che il conflitto in Medio Oriente ha prosciugato le scorte petrolifere nazionali portandole al livello più basso dal 2004. Pare inoltre che i prezzi potrebbero presto impennarsi, con buona pace dei cittadini Usa. L'inflazione è aumentata del 3,8% su base annua, il livello più alto dal 2023 e quasi il doppio dell'obiettivo del 2% fissato dalla Federal Reserve. Il pil del primo trimestre è stato invece rivisto al ribasso all'1,6% su base annua rispetto al 2,0% precedentemente stimato. “Abbiamo il mercato azionario più alto della storia con un conflitto militare in corso. Non è un grosso problema per noi”, ha dichiarato Trump nel tentativo di plasmare la narrazione degli eventi a proprio vantaggio. Non la pensa così Mark Zandi, capo economista di Moody's Analytics: “L'economia non è solo debole, è in difficoltà. La guerra con l'Iran deve finire e lo Stretto di Hormuz deve essere riaperto al più presto, altrimenti la recessione diventerà più probabile”. Allarme rosso o quasi.