Gianfranco Fini è un'autorità. Ha attraversato da protagonista mezzo secolo di Italia, ed è uno dei pochi che può parlare di leggi elettorali con il senno di chi se l'è viste passare tutte sotto il naso. Lo abbiamo intervistato per chiedergli un giudizio sullo Stabilicum, la riforma elettorale firmata dalla maggioranza di centrodestra.
La proposta, che prosegue nell'infausta tendenza a battezzare le leggi elettorali con dei latinismi maccheronici, punta a sostituire il Rosatellum in vigore dal 2017. Elimina quasi completamente i collegi uninominali (mantenuti in Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta) e torna a un sistema proporzionale puro, corretto da un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato che scatta solo se una lista o coalizione supera il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento. Le liste sono bloccate — l'ordine dei candidati è deciso dalle segreterie dei partiti, non dagli elettori — e ogni coalizione deve indicare obbligatoriamente il proprio candidato premier al momento del deposito delle liste. Il testo è stato adottato come base in commissione il 4 giugno; il termine per gli emendamenti era l'11 giugno e l'approdo in aula è previsto per il 26 giugno, con l'obiettivo di un primo voto della Camera entro luglio.
Lei ha dichiarato nel 2010 che tra le leggi degli ultimi anni quella che garantisce meglio il rapporto tra cittadini ed eletti è quella dei collegi uninominali. Questo nuovo Stabilicum li elimina quasi completamente. È una scelta giusta?
Aveva senso la mia dichiarazione nel 2010, ma da allora è cambiato radicalmente tutto. Ribadisco che è essenziale che la legge elettorale consenta agli elettori di scegliere i propri parlamentari, che sono i rappresentanti del popolo. Spero quindi che le preferenze vengano inserite nel disegno di legge presentato dal governo.
Questa legge la possiamo considerare, come ispirazione politica, una sorta di evoluzione del Porcellum?
Non mi occupo di genealogia delle leggi. Cosa intende?
Ha molti caratteri in comune con quella legge, ma ne corregge i punti più controversi: lascia un proporzionale con liste bloccate, però abbassa la soglia del premio di maggioranza.
Sulle liste bloccate appunto auspico che ci siano le preferenze, se ci sono le preferenze le liste non sono bloccate. Il premio di maggioranza, a condizione che scatti soltanto se si raggiunge un ben preciso consenso elettorale — al momento fissato al 42% — deve essere tale da garantire che il Parlamento non abbia maggioranze bulgare. Il Parlamento deve essere rappresentativo di tutto il corpo elettorale.
Questa è la mia impostazione da sempre: la legge elettorale, oltre a garantire la rappresentatività del Parlamento, deve garantire nei limiti del possibile la governabilità del Paese. La vera questione vede contrapporsi chi vorrebbe che i governi continuassero a nascere in Parlamento, come stabilisce la Costituzione, e chi invece ritiene che il voto degli italiani non possa essere completamente disatteso quando nasce il governo. Purtroppo questo è accaduto più volte negli ultimi tempi, ed è anche una delle ragioni per cui gli italiani si domandano: a che serve andare a votare? Se chi perde le elezioni finisce spesso al governo. Ogni riferimento al PD è puramente voluto.
Cosa ne pensa dell'ipotesi dell'indicazione, già in sede elettorale, del candidato Premier?
È il minimo sindacale. L'optimum sarebbe stata l'elezione diretta del Primo Ministro; ci sono però questioni rilevanti, a partire dall'obiezione — secondo me non del tutto fondata ma legittima — sulla limitazione dei poteri del Capo dello Stato. Ritengo che il governo abbia fatto bene, proprio per non aprire un'ulteriore fase di polemiche feroci, a ripiegare sulla soluzione di indicare nel programma almeno chi è il candidato Premier della coalizione.
È chiaro che questo dà fastidio al centrosinistra, al cosiddetto campo largo. Ma il fatto che dia fastidio a una parte non è motivo sufficiente per dire che abbia profili di incostituzionalità. Ho sentito delle bestialità a riguardo...
La versione originale prevedeva un ballottaggio, poi eliminato. Senza il raggiungimento del 42%, si tornerebbe sostanzialmente a un proporzionale puro: non è un rischio per la governabilità?
Certo che è un rischio per la governabilità. È altrettanto vero che, se non si raggiunge la soglia minima — indispensabile, perché ci mancherebbe solo che chi prende il 25, 27, 28, 30% dei voti vedesse scattare il premio di maggioranza, questo sì sarebbe lesivo del principio di rappresentatività sancito dalla Costituzione e della stessa democrazia - non si può tornare alle urne la settimana dopo. L'unica soluzione è quella indicata: i seggi vengono attribuiti con il proporzionale, che certamente non è di per sé una garanzia di governabilità. Ma non vedo quale altro rimedio, a meno di non seguire l'impostazione che ho sempre sostenuto: o attraverso l'elezione diretta popolare del Premier, o attraverso il cancellierato, o attraverso il modello francese — molto difficile da applicare alla realtà italiana — occorre garantire che la legge elettorale consenta agli elettori di sapere, quando votano, chi ha vinto le elezioni e chi sarà Premier.
Analizzando tutte le ultime leggi elettorali — dal Mattarellum al Rosatellum, passando per il Porcellum e l'Italicum — qual è stata secondo lei la più onesta elettoralmente?
Parto non dalla legge elettorale, che è l'ultimo anello della catena, ma dalla catena stessa: come garantire, ammodernando la nostra Costituzione, quei due principi essenziali — la stabilità dell'esecutivo e la rappresentatività del Parlamento. La legge elettorale è l'ultimo anello.
Avrà visto che c'è un dibattito abbastanza surreale tra chi tifa perché la legge elettorale non venga approvata — in modo da rendere possibile, in caso di pareggio, un governo tecnico nato dalla confluenza in Parlamento di forze che in campagna elettorale si erano contrapposte, e questo per me significherebbe tornare indietro — e chi invece dice: cerchiamo almeno di garantire che i governi, se non nascono, vengano almeno concepiti nelle urne.
Il problema è sempre lo stesso. L'Italia è l'unica democrazia occidentale che, ogni qualvolta il sistema politico e istituzionale è entrato in crisi, ha fatto ricorso ai governi tecnici. Non è più un'eccezione se diventa una sorta di riproduzione ricorrente di una soluzione che, pur pienamente legittima da un punto di vista costituzionale, allontana i cittadini dalla politica.
Lungi da me l'idea di criticare l'azione doverosa del Capo dello Stato, chiunque egli sia: nel momento in cui apre le consultazioni vuole verificare se in Parlamento esiste una maggioranza possibile. Il problema non è un giudizio negativo sull'operato del Capo dello Stato — finché non cambia la Costituzione, non può che fare quello che hanno fatto i suoi predecessori. Semmai, inviterei qualcuno a riflettere sul fatto che continuando con questa procedura — doverosa ai sensi costituzionali ma politicamente tale da allontanare gli elettori — può accadere quello che è accaduto: un Primo Ministro che governa la prima fase della legislatura con una maggioranza di un certo tipo, mi riferisco ovviamente a Conte con Lega e Cinque Stelle, e la seconda fase della stessa legislatura, con lo stesso Presidente del Consiglio, con una maggioranza politicamente molto diversa, se non opposta, Cinque Stelle e PD. Mi dica lei se gli italiani possono avere fiducia, quando vanno alle urne, circa il rispetto della loro volontà.
Una cosa che mi fa da un lato sorridere dall'altro mi rende ancora più drastico è che io credo di essere uno dei pochi ancora attivi che fece parte della Commissione Bozzi e se ne parlava già allora... Dopo di che: Commissione Bozzi, Commissione De Mita, Commissione De Mita-Iotti, Commissione D'Alema. Tanti tentativi, abortiti, nove volte su dieci per questioni che non erano relative alla legge elettorale e nemmeno alla forma di stato e di governo. Una volta fu la questione delle autonomie e del federalismo, un'altra volta la questione relativa al capo della Costituzione che definisce i poteri della magistratura.
Quando ci si chiede perché gli italiani non abbiano più fiducia nella politica, mi domando come possano continuare ad averla: un tema come questo, una specie di fiume carsico che riemerge in ogni dichiarazione più o meno solenne di capi dello Stato, presidenti del Consiglio, leader politici — "riformiamo il sistema, diamo vita a una democrazia migliore e più rappresentativa" — e poi il risultato qual è? Tante chiacchiere. Anzi, quando ci sono stati risultati concreti, secondo me, si è trattato spesso di pasticci clamorosi: mi riferisco alla riforma del governo D'Alema sul Titolo V, che per compiacere politicamente la Lega ha dato vita a un assetto dello Stato che non è né federalista, né centralista, né confederale. Un unicum, anche quello.