La notizia non è tanto che Paolo Petrecca si sia dimesso, ma che non sia stato licenziato e che la remissione del contratto non lo porterà di certo a chiedere il sussidio per la disoccupazione al termine delle Olimpiadi. Ah sì? Certo, perché rimettere le mani del proprio contratto nelle mani dell’ad non vuol dire rinunciare al proprio stipendio a tempo indeterminato da 217mila euro. La remissione del contratto nelle mani dell’ad è un passaggio burocratico molto preciso. Non si tratta di una revoca formale, né tantomeno di una decisione presa su delibera del cda, dunque non c’è nessuna risoluzione del contratto. Ma perché? Eh, perché se il direttore rinuncia volontariamente all’incarico, restituisce la funzione fiduciaria all’ad Giampaolo Rossi. Ma davvero? Eh sì, in Rai rinunciare ad un ruolo dirigenziale non vuol dire rinunciare al proprio contratto. Non lo sapevate? Tranquilli, non è colpa vostra. I non addetti ai lavori non ci pensano a queste cose.
Il dirigente, in questo caso il povero Petrecca, torna di fatto a disposizione dell’azienda, finché l’amministratore delegato non decide che farne di lui. Non lo manderà certo a fare lo spazzino, su questo mettetevi l’anima in pace. Giampaolo Rossi potrà decidere di riconfermare Petrecca a Rai sport (molto difficile dopo tutto il fango che ha ricevuto), oppure spostarlo altrove, dove possa fare meno danni. Poi, c’è pure la possibilità di tenerlo lì dov’è, ma senza direzione operativa, piazzandolo magari in mezzo agli innumerevoli vicedirettori onnipresenti in Rai. Ecco, se Petrecca non avesse scelto di rimettere il proprio contratto nelle mani di Rossi, sarebbe stata possibile l’opzione più complicata. Quella che si cerca quasi sempre di evitare, ovvero avviare la lunga e farraginosa procedura di revoca del contratto al quale sarebbe potuta seguire la riassegnazione ad un ruolo inferiore, una risoluzione consensuale, oppure, il licenziamento, che è davvero molto raro. Ma perché la revoca è così farraginosa? Beh, perché udite udite, il contratto di un dirigente Rai è un contratto a-tem-po-in-de-ter-mi-na-to. Sì, avete capito bene. Quella cosa che pare un sogno lontanissimo per un qualsiasi giornalista, un miraggio. Assunti con contrattini di collaborazione esterna, o cessione del diritto d’autore, i giornalisti sono degli eterni precari. Però ecco, il rischio di scivolare nel discorso della lotta di classe qui è davvero alto. Restiamo sui fatti.
Secondo la legge sulla stampa attualmente in vigore il direttore di una testata, come ad esempio Rai Sport, ha una responsabilità penale sui contenuti e un’autonomia editoriale, dunque serve una motivazione e una procedura formale nel rispetto dell’autonomia professionale per revocargli il contratto. Una decisione che passa dal cda, dove serve una maggioranza qualificata. Ecco. Molto più semplice e funzionale rimettere la decisione nelle mani dell’ad, no? Giampaolo Rossi prende atto delle dimissioni, avvia la procedura per la nomina di un interim che sostituisca Petrecca e poi deciderà che farne di lui. E’ tutto molto semplice e Petrecca rimane comunque un dipendente dirigente. E’ anche sciocco indignarsi perché non sia stato licenziato, ingenuo credere che un licenziamento sarebbe arrivato, ma la gente che di queste cose non ne capisce niente, invece ci spera. Rimane delusa. S’incazza. Solo perché è ignorante? Forse. O forse perché guadagna stipendi da fame quando al vertice del sistema dell’informazione pubblica vi sono mediamente più di tre vicedirettori a testata con stipendi superiori a quelli dei parlamentari, che ottengono risultati inferiori rispetto all’informazione privata, come ad esempio Mediaset e compagnia bella che, certo, con stipendi ancora superiori rispetto a quelli Rai, ottiene risultati migliori, ma con 6 vicedirettori in meno. Ecco perché la gente s’incazza, perché pur essendo molto ignorante, non è stupida e capisce che lassù c’è qualcosa che non va. Qualcosa di profondamente sbagliato.