Il licenziamento di Paolo Zampolli da parte di Donald Trump, suo intimo amico nonché inviato speciale della Casa Bianca per le partnership globali, apre una crepa nella ricostruzione proposta da Amanda Ungaro, ex compagna dell’imprenditore, ai microfoni di Report. Secondo Ungaro, infatti, non sarebbe stato Zampolli a presentare Melania al futuro presidente americano, bensì Jeffrey Epstein. E proprio la conoscenza di questo presunto segreto avrebbe consentito a Zampolli di tenere la first lady sotto scacco.
Per mesi abbiamo sentito parlare di Paolo Zampolli come di un uomo che avrebbe avuto in tasca qualcosa di molto più prezioso di un incarico diplomatico, ovvero le prove di un segreto scottante, abbastanza compromettente, secondo il racconto di Ungaro, da garantirgli una posizione privilegiata nei confronti dei Trump. Un intreccio perfetto per una spy story, un po’ meno per la prova del nove. Perché, ora che Donald Trump ha rimosso Zampolli dal suo incarico, che fine fa il teorema del ricatto? Il licenziamento mette seriamente in discussione l’idea di uno Zampolli intoccabile grazie ai segreti della first lady. “Gli incarichi degli inviati speciali durano un anno. Il presidente Trump ha prorogato il mio per oltre sei mesi. Anni fa mi disse che ero troppo bravo per il mondo delle modelle e mi fece entrare nel settore immobiliare. Adesso mi ha detto: ‘Perché vuoi lavorare nel governo quando puoi concludere tutti questi affari?’. Il presidente ha sempre ragione. Servire lui e gli Stati Uniti è stato il più grande onore della mia vita. Sono profondamente grato al presidente Trump, al vicepresidente Vance, al segretario Rubio e a tutta la squadra. Ora è il momento di un nuovo capitolo: tornare agli affari, costruire relazioni e concludere accordi. Il presidente Trump mi ha cambiato la vita una volta. Lo ha appena fatto di nuovo”.
Così Paolo Zampolli ha commentato su Instagram il suo licenziamento, arrivato poche ore dopo la pubblicazione da parte di Politico delle email relative allo scontro durato mesi tra l’Ambassador e Christopher Landau, vicesegretario di Stato americano. Al centro della lite, i limiti del mandato dell’inviato speciale. Landau contestava a Zampolli di occuparsi di questioni estranee alla diplomazia culturale, arrivando a prospettare conseguenze disciplinari e persino il licenziamento. Zampolli, dal canto suo, respingeva quella ricostruzione e rivendicava che soltanto Trump potesse revocargli l’incarico. Alla fine, l’incarico è stato revocato davvero.