Sono passati più di venticinque anni da quel 3 giugno del 2001 quando in un boschetto nella provincia di Frosinone fu ritrovato il cadavere di Serena Mollicone che aveva solo diciotto anni ed era scomparsa da casa due giorni prima.
Quella di Serena è una storia costellata di misteri, depistaggi e colpi di scena che negli anni hanno condotto la stampa e l’opinione pubblica a sospettare di persone che con la sua morte non c’entravano nulla e a creare alibi a chi, secondo le ultime ricostruzioni degli inquirenti, ha cercato in ogni modo di negare le proprie responsabilità. Una vicenda intrisa di dolore e disperazione per un padre che il giorno del funerale di sua figlia si è visto prelevare dai carabinieri e portare in caserma solo per firmare dei documenti, atti che potevano tranquillamente essere svolti anche il giorno seguente perché non richiedevano nessun provvedimento urgente. Ma irrompere in una cerimonia e chiedere al padre della vittima di seguire le forze dell’ordine con il senno di poi è stato sicuramente l’inizio della catena di depistaggi per far ricadere l’attenzione dei media su Guglielmo Mollicone che alla figlia non ha mai torto un capello, l’ha cresciuta da solo senza la madre morta per una grave malattia e ha combattuto per scoprire la verità su chi ha ucciso Serena fino al suo ultimo giorno di vita. Un caso di cronaca divenuto cold case ma che inizialmente sembrava essere stato risolto con l’arresto di un capro espiatorio, il carrozziere Carmine Belli, il classico “colpevole qualunque” al posto del vero colpevole da sbattere in prima pagina per fare bella figura e anche, in questo caso in particolare, per pararsi il fondoschiena e allontanare i sospetti da sé. L’unica colpa di Belli che poi verrà scagionato era stata quella di aver visto Serena litigare con un ragazzo biondo davanti ad un bar e quel ragazzo biondo era Marco Mottola, figlio del maresciallo Franco Mottola allora comandante della caserma dei carabinieri di Arce. Ed è proprio in quella caserma che per i magistrati Serena è stata uccisa in seguito ad una lite con Marco Mottola che l’avrebbe violentemente sbattuta contro una porta poi sequestrata ed esaminata dalla polizia scientifica. Come emerso dall’autopsia la ragazza presentava ferite alla testa perfettamente compatibili con una frattura nella porta e tracce del materiale di cui la porta stessa era composta ma il trauma cranico non fu la causa della morte provocata dall’asfissia dei nastri adesivi con cui le fu tappata la bocca dopo il colpo violento al capo. E secondo l’accusa ad aiutare Marco a nascondere il cadavere e a sbarazzarsene in un secondo tempo sarebbero stati anche il padre Franco e la madre che in un primo momento avrebbero occultato il corpo in caserma per poi scaricarlo con mani e piedi legati e con la testa infilata in una busta di plastica in mezzo alle sterpaglie.
A vedere Serena entrare in caserma e non uscire più era stato Santino Turzi, un carabiniere che fu trovato morto nella sua auto dopo aver raccontato in Procura la sua versione, una morte che tuttora non convince e porta gli inquirenti a formulare ipotesi che vanno dall’istigazione al suicidio all’omicidio.
Le indagini e i processi che sono seguiti sembrano dare ragione a papà Guglielmo che ha sempre sostenuto che Serena fosse andata in caserma per denunciare Marco per spaccio di droga, un movente dal quale sarebbe scaturito il violento litigio e l’omissione di soccorso che ha portato alla morte della giovane. Marco Mottola, suo padre Franco e sua madre Anna Maria sono stati processati e assolti per due volte ma nel marzo 2025 la Cassazione ha annullato le sentenze e ha disposto un nuovo processo d’appello e durante le ultime udienze che si sono tenute alla fine del mese scorso il luogotenente dei Ris Rosario Casamassima ha dichiarato che non solo i frammenti di legno ma anche le tracce di vernice e di resina rinvenute tra i capelli di Serena sono assolutamente compatibili con lo scenario di un impatto violento della testa della ragazza contro la porta della caserma dei carabinieri di Arce.
Il papà di Serena è morto il 31 maggio del 2020 all’ospedale Spaziani di Frosinone dopo essere rimasto in coma a causa di un infarto avuto sei mesi prima. In tutta la sua vita non ha mai smesso di lottare per cercare la verità sulla morte di sua figlia. Chissà che il nuovo processo possa finalmente restituircela.