Tutta questa storia della fantomatica e potentissima lobby gay ricorda molto quel famoso film di Checco Zalone e infatti è tutto perfettamente coerente con l’essenza dell’Italia. Tutto quel che c’è di serio, come l’intelligence, la sicurezza nazionale, il giornalismo d’inchiesta, i giornali di partito schierati con il governo e le televisioni private possono essere tranquillamente mandate all’aria da una pernacchia. Viene da ridere. Ai nostri nipoti, sempre che l’inverno demografico non ci geli gli attributi prima di aver procreato, racconteremo che ci fu un tempo in cui i giornalisti si scontravano fra loro evocando complotti orditi da presunte sette di pericolosissimi omosessuali. E’ tutto bellissimo, come direbbe PISTO, il capo sciamano di Mow. Da un lato il livello del dibattito è questo, dall’altro la politica non si mette d’accordo su nulla e si dimentica che per andare d’accordo e far filare liscio tutto quanto basterebbe guardare ai curriculum. L’ennesima fumata nera per la nomina del direttore generale della Rai ne è un esempio e questa storia della lobby gay s’inserisce proprio in questo quadro.
Due dipendenti della Rai, Massimo Giletti e Sigfrido Ranucci, si scontrano sotto la medesima cupola della Rai. Ma che si tratti di una presunta lobby gay, piuttosto che dell’assenza di un comico un po’ rozzo a Sanremo, se non la disastrosa conduzione televisiva dell’apertura dei giochi olimpici invernali da parte di un bombastico yes man, questo paese si riduce ad un’eterna commedia che, errante nella storia, indistruttibile, si ostina a sopportare anche le miserie più gravi (ma non serie come direbbe Flaiano) e pare divertito della propria condizione, convinto che con l’arte dell’arrangiarsi si possano fare grandi cose. Ci sono persone che tutto questo evidentemente non lo sopportano. Ne soffrono intimamente ed è pure comprensibile. Ieri, ad esempio, siamo stati alla presentazione dell’ottimo libro dell’accademico Niccolò Petrelli, “I servizi segreti italiani e l’intelligence USA: da Gladio alla strategia della tensione” (edito da Carrocci). L’evento si è svolto presso il meraviglioso Centro internazionale di Brera, nei paraggi di quello che era il convento degli Umiliati nel palazzo del Guercio, oggi la Pinacoteca. Il Centro internazionale è anche stato anche la biblioteca dell’Avanti, nonché antico palazzo medievale contiguo alla chiesa sconsacrata di San Carpoforo, pare lì vicino sorgesse in antichità l’antico tempio di Vesta. Si racconta, poi, che da queste parti abitasse addirittura la sorella di Sant’Ambrogio, Marcellina. Alla presentazione di questo volume era presente anche l’ex agente segreto, oggi editorialista per il Giornale diretto da Tommaso Cerno, Marco Mancini, e a latere della conferenza per attaccare bottone non abbiamo resistito. Come è giusto che sia, dato che siam giornalisti, abbiamo fatto la domanda più sbagliata possibile, credendo si sarebbe tutto risolto in una risata: “ma dunque lei fa parte di questa fantomatica lobby gay?”. Mancini si è incaz**o. Educatamente, ma si è incaz**o.
Non ce l’aspettavamo, ma avremmo dovuto prevederlo. A latere della presentazione ci eravamo pure scattati una foto insieme con un altro ragazzo lì presente, ma una volta posta la domanda, quella foto Mancini ci ha chiesto, deluso, di cancellarla. Effettivamente siamo andati a importunarlo proprio dopo averlo ascoltato parlare a lungo di quell'intelligence che è stata la sua vita e alla cui storia indubbiamente appartiene. Peraltro, durante la presentazione del libro di Petrelli, il parterre di ospiti non era certamente da poco. L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, una delle massime accademiche in storia militare e cultrice della materia dell’intelligence in Italia, Maria Gabriella Pasqualini e tanti altri servitori dello stato. “Un giorno Nicolò Pollari mi disse che il presidente Silvio Berlusconi voleva parlarmi” ha raccontato Marco Mancini durante il suo intervento. “Era appena tornato da un incontro con George Bush. Quando lo incontrai mi ringraziò per quello che stavo facendo in quanto agente Sismi. Dopodiché, io venni nominato responsabile counter-intelligence della stessa agenzia. Dopo l’11 settembre 2001 come ben sapete c’è stata una grossa ondata di attentati da parte di al-qaeda. Ma ci siamo dimenticati perché non è stata colpita l’Italia”. Il discorso molto lungo di Mancini, mira al punto su cui si regge il suo libro “le regole del gioco”, ovvero che in Italia non vi sia una counter-intelligence offensiva valida, accusando di traverso il governo di Giorgia Meloni di non essersi attrezzata adeguatamente in materia. “Il controspionaggio offensivo non fa entrare in Italia Almasri. Se viene poi giustamente espulso perché pericoloso, allora non deve nemmeno entrare. In Libia non l'hanno arrestato”. Mancini si è vantato di aver costruito una rete capace di stanare circa 800 spie russe in Italia, ma non solo. “Abbiamo costituito una rete in Somalia. Non vi dico cosa abbiamo fatto, ma eravamo operativi”. Insomma, abbiamo fatto incaz**re proprio la persona sbagliata, ma c’amm’a fa’.