“Affrontare le fiamme è pericoloso, spostare il fumo portando altrove i tizzoni ancora incandescenti, invece, è prudente e l’effetto che si ottiene, anche se più lento, è lo stesso: spegnere il fuoco”. Nel mestiere del raccontare, soprattutto quando si fa cronaca, la regola prima è sempre la stessa: mai metterci niente di personale. Però quella frase, ascoltata tempo fa in una intervista a un uomo di Chiesa, è tornata prepotentemente in testa adesso. Il motivo? I quattro poliziotti indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento nell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, non sono stati sospesi. Non sono stati rimossi in via cautelare. Sono stati trasferiti. Destinati a altri incarichi non operativi: lontano dalle volanti, lontano dal contatto con il pubblico, “a disposizione dell’ufficio personale”. Insomma: scrivanie, ingressi da sorvegliare, scartoffie. Altrove come tizzoni incandescenti che devono fare fumo dove risulta meno visibile.
Il provvedimento è stato disposto dal questore di Milano, Bruno Megale, pochi giorni dopo l’arresto dell’assistente capo Carmelo Cinturrino, oggi detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario. La custodia cautelare in carcere è stata confermata dal gip Domenico Santoro, che ha parlato di concreto rischio di inquinamento delle prove e di condizionamento dei colleghi. Roba seria, se si considera che c’è di mezzo un morto ammazzato e che proprio su ciò che è accaduto nei minuti successivi allo sparo si gioca una parte decisiva dell’indagine coordinata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola. Secondo l’ipotesi accusatoria, dopo aver colpito Mansouri, Cinturrino avrebbe inscenato una legittima difesa. Una riproduzione di Beretta 92 recuperata in commissariato e collocata accanto al corpo. I soccorsi chiamati 23 minuti dopo lo sparo. Ventitré minuti che motivano l’accusa di omissione di soccorso proprio nei confronti dei quattro colleghi presenti quella sera. Uno di loro sarebbe tornato in ufficio per prendere l’arma finta. Due avrebbero ammesso di conoscere da tempo i “metodi spicci” dell’assistente capo, senza però aver mai formalizzato segnalazioni lungo la catena di comando. Si valuta anche l’omessa denuncia. Tutto da verificare, tutto da provare, in una fase in cui le responsabilità individuali sono ancora oggetto di accertamento.
Ma è innegabile che ciò che emerge è già così devastante per l’immagine dello Stato. Cinturrino, soprannominato “Luca Corvetto” tra Rogoredo e il Corvetto, viene descritto in diversi racconti come uno che nei boschetti dello spaccio si muoveva con metodi poco ortodossi: pestaggi, pressioni, presunte estorsioni. Racconti che gli investigatori stanno valutando con cautela, distinguendo, come doveroso, le illazioni dalle circostanze riscontrabili visto che comunque molte soffiate arrivano da quel mondo dello spaccio in cui le parole corrono veloci e spesso senza prove. Ma il solo fatto che si parli di un clima, di un ascendente, di una paura diffusa tra colleghi più giovani, apre un problema che va oltre la singola notte. Oltre il singolo episodio. Oltre, insomma, una misura disciplinare nei confronti dei quattro colleghi di Cinturrino oggi indagati che è stata definita “dura”, ma che “dura” non è. Neanche un po’.
Il capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha spiegato che l’iter per la destituzione di Cinturrino non attenderà l’eventuale rinvio a giudizio: “Chi tradisce la nostra missione tradisce il giuramento di fedeltà alla Repubblica”. In parallelo si lavora a un azzeramento dei vertici del commissariato di via Quintiliano, una rifondazione della catena di comando per isolare il problema e ripartire. Tutto formalmente corretto. Tutto rispettoso della presunzione di innocenza e dei tempi del procedimento disciplinare, anche per evitare ricorsi e annullamenti. Ma la sostanza politica — e simbolica — è quello che è. Perché trasferire non è sospendere. Spostare non è fermare. La prudenza è amministrativamente ineccepibile, ma agli occhi dell’opinione pubblica, rischia di somigliare a uno spostamento di pedine, tipico della Chiesa coi preti pe*ofili, più che a una decisione vera. Chiara. Netta. Siamo l’Italia delle garanzie o il riflesso di un meccanismo antico, quello per cui si cambia parrocchia per guadagnare tempo? Meritiamo risposte da cittadini italiani o da fedeli di quello Stato dentro il nostro Stato che, appunto, sposta i preti con certi vizietti (o addirittura promuove i parrocucci di paese in odore di ‘Ndrangheta a amministratori di milioni e milioni di Euro di soldi pubblici)?
Intanto, dal carcere, Cinturrino scrive. Parla di paura, si dice triste e pentito. “Quel ragazzo – afferma - doveva essere in prigione e non morto”. Chiede pure scusa ai colleghi, ma rivendica encomi e anni di servizio senza sanzioni disciplinari. La famiglia di Mansouri replica che uccidere e inscenare non è un errore, ma qualcosa di orribile. E chiede verità piena. Il punto –oltre la provocazione – sta esattamente qui: quando un’istituzione che vive di fiducia si trova a fare i conti con un omicidio, con un’ipotesi di messinscena e con silenzi interni mai formalizzati da chi veste la Bandiera, ogni scelta pesa il doppio. Compresa quella che sulla carta è soltanto un trasferimento temporaneo in attesa degli sviluppi giudiziari.